mercoledì, novembre 18, 2009

ULTIMO PARALLELO



Filippo Tuena, Ultimo parallelo (Rizzoli, 2007, pp. 353, € 18,00)



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Fa sorridere il pensiero che le librerie Feltrinelli abbiano collocato Ultimo parallelo nella sezione “libri di viaggio”. E' la riprova – se ce ne fosse bisogno – che si tratta di un romanzo atipico, difficilmente etichettabile.
A beneficio del lettore cerchiamo perciò di tracciarne le coordinate (la metafora, nello specifico, mi sembra appropriata), compito improbo che può comunque rivelarsi utile per avvicinarsi ad un'opera così singolare.
Il 17 gennaio 1912 Robert Falcon Scott e i suoi uomini raggiungono il Polo Sud, dopo una marcia estenuante attraverso le distese ghiacciate dell'Antartide. E' il sogno di una vita, ma li attende un'amara scoperta. Il norvegese Amundsen e il suo team li hanno preceduti di una quindicina di giorni. Durante il viaggio di ritorno la squadra di Scott viene annientata dalle terribili condizioni atmosferiche. I loro cadaveri verranno ritrovati molti mesi dopo, assieme ai loro diari e a una macchina fotografica.
E questo lo potete leggere in qualsiasi libro di storia.
Filippo Tuena (Roma, 1953) muove da qui, dai diari di Scott, e ripercorre quel viaggio inesorabile fino alla fine del mondo, per raccontare la morte delle illusioni, in apertura del secolo breve, il fallimento esistenziale, la strenua lotta contro una natura ostile e la pervicacia umana a spingersi oltre, a prezzo di sforzi titanici, per consegnarsi all’eternità con una testimonianza di rilievo. Di esplorazione polare scrissero sia Shackleton che Amundsen, ma i loro resoconti non hanno la stessa suggestione narrativa del diario di Scott, quella dimensione di solitudine in cui sono state prese le scelte sbagliate, l’assumersi con pienezza la responsabilità, fino al sacrificio estremo, riverberando nel contempo la forza d’animo e la fragilità di un uomo, vittima dell’ambizione e di un rapporto di forze che lo sovrasta. Tuena rimase affascinato dai diari del capitano fin dal ginnasio, e la storia di questa spedizione sciagurata gli si impose nel tempo, sorta di piccola ossessione, fino a quando comprese che da quel materiale avrebbe potuto trarne un romanzo. Altre precedenti opere dello scrittore scandagliavano con modalità per certi versi inedite e originali le figure di personaggi storici, ricreando le atmosfere delle epoche nelle quali si sono trovati a operare. E’ stato così per Léon Reinach (“Le variazioni Reinach”, Rizzoli, 2005, premio Bagutta) e per Michelangelo (“La grande ombra”, Fazi, 2001). Che si tratti di una vicenda autobiografica o marginale, oppure di un fatto storico o di cronaca, ampiamente rappresentato e analizzato, il lavoro con le fonti, lo scavare nel proprio vissuto e nel  materiale degli archivi è per Tuena ingaggiare un corpo a corpo tra autore e pregresso, che ha il potere quasi taumaturgico di trasformare l’enumerazione dei fatti in narrazione. Un processo di osmosi; il materiale irrompe a tal punto nella vita dell’autore che questi, selezionando e rielaborando, filtrando i fatti per il tramite della propria personale lente d’ingrandimento, finisce per ritenersi – quasi irrazionalmente – sia autore del romanzo che del diario dell’esploratore. E’ questo un principio che produce sempre – sono parole di Tuena – una infantile meraviglia, condensando il lavoro dello scrittore in una domanda emblematica: “Chi scrive i libri che scriviamo”?

Una delle peculiarità di questo romanzo è la voce narrante. In apertura compare la misteriosa figura dell’uomo in più (vengono citati i versi di Eliot da The Waste Land, sulla cronaca di Shackleton che parla di un “uomo in più”, percepito in varie spedizioni, dagli esploratori, in condizioni di grande prostrazione). A inizio lettura mi sentivo disorientato. Mi chiedevo: a chi appartiene questa voce? Chi è questo narratore onnisciente che accompagna, presenza silenziosa e inquietante, Scott e compagni? Tuena ha pensato a una divinità antartica, che si desta con la presenza degli esploratori e si spegne con la loro partenza: un punto di vista obliquo, di grande efficacia e coinvolgimento per il lettore. Leggere per credere.

Altro motivo per acquistare il libro è l’apparato fotografico, composto da materiale scattato dal fotografo ufficiale della spedizione, nella parte iniziale, e in seguito da Scott e i suoi man mano che si avvicinavano alla meta. Le foto non costituiscono un corollario alla lettura e al processo di immedesimazione del lettore. Tuena è storico dell’Arte e muove dall’immagine portandola a dialogare col testo, leggendo la fisiognomica dei volti, le espressioni, i gesti, i particolari che compaiono nell’inquadratura. Le foto diventano perciò inscindibili dalla struttura del romanzo, e questo, per quanto ne so, ha pochi raffronti nel panorama narrativo odierno.

Per Davide Sapienza, traduttore de “I Diari del polo” per i tipi di Carte Scoperte (a cura dello stesso Tuena), Robert F. Scott, figura a tratti sfuggente e controversa, era il tipico frutto della tarda e decadente età vittoriana e morì per tipica arroganza inglese. Tuena ne compone un ritratto equilibrato, senza mitizzarlo né demonizzarlo, restituendoci inalterato il suo carisma: “Ma i comandanti hanno qualcosa nel loro sguardo che sempre li rende riconoscibili.” (p. 59); “anche se in ultima istanza tutti gli uomini del Southern Party appartenevano a Scott, erano l'immagine riflessa dei suoi desideri, delle sue ansie, dei suoi timori.” (p.65); “I suoi uomini si affidavano a lui ciecamente nonostante i più attenti gli riconoscessero una preoccupante tendenza all'errore, all'equivoco.” Il viaggio al polo sud fu segnato da errori di valutazione (l’utilizzo di mezzi meccanici che si guastarono nelle prime battute, l’eccessivo carico delle slitte, la disposizione  dei depositi lungo la barriera, la scelta dei pony siberiani a scapito dei cani, che fecero invece la fortuna di Amundsen) e da contingenze sfortunate e forse imprevedibili (le temperature proibitive del viaggio di ritorno, il blizzard) ma nonostante il senso di disfatta che permea questo romanzo aspro e perturbante, i ritratti e le gesta di questi uomini s’imprimono indelebilmente nel nostro immaginario. La composizione del libro, solo in apparenza disorganica, quel suo altalenare tra scrittura di impianto saggistico (che riporta fedelmente la cronaca e ricostruisce l’ambientazione nei dettagli), inserti lirici e quadri di narrativa pura, dove si intersecano, oltre a quella dell’uomo in più una pluralità di voci, costituisce un richiamo che non si può eludere. La scrittura è spesso orchestrata in ampi periodi, senza virgole, enunciati fluidi a rendere la concitazione dell’imprevisto – uno degli apici del romanzo è l’episodio, “quasi in soggettiva”, dove Scott e i suoi si perdono tra i ghiacci durante il viaggio di ritorno al campo base -, o il senso di sgomento e alienazione in quel candore infinito. Ed è proprio nell’illusione della meta, in quel non luogo, che lo smarrimento diviene anche il paradigma dei tempi incerti che stiamo vivendo, obiettivo sterile per il quale ci riscopriamo estranei, scollati dalla realtà del mondo e da noi stessi.
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lunedì, novembre 09, 2009

SPIDER-MAN 513



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Sono un po' in arretrato con le letture di fumetti. Una pila dall'aspetto sinistro mi attende sul comodino, ma guai a lagnarsene. Del resto acquisto regolarmente cinque collane di supereroi Marvel, qualche volume brossurato da fumetteria e sporadicamente qualche Bonelli, per non perdere il vizio.
Che volete farci, faccio visita regolarmente al mio spacciatore di comics di quartiere – dovrebbe farmi azionista di maggioranza del negozio!
Questa settimana mi sono deliziato con la lettura di Spider-Man 513, luglio 2009. Se l'avete perduto, male, recuperatelo. Sottoscrivo quanto dice Max Brighel nelle note: “A chi vi dice che i fumetti non sono pura pop art mostrate le tavole doppie di Chris Bachalo”.
Di recente alla Marvel hanno azzerato le vicende dell'arrampicamuri. Con lo zampino di Mefisto il matrimonio tra Mary Jane e Peter è stato per il momento rimosso dalla continuity, così come tutti sembrano aver dimenticato che Spidey si è smascherato pubblicamente in Civil War.
Il Brand New Day è un periodo molto felice da un punto di vista creativo per la cronologia del ragno. Dopo un iniziale tentennamento – sono un fan di vecchia data, seguo le storie dalla fine degli anni '70 – ho approvato il colpo di spugna. Il personaggio era divenuto troppo dark, e aveva preso una piega monocorde, senza via d'uscita. Il restyling gli ha giovato, c'è una freschezza nelle nuove storie che non ritrovavo da tempo, sembra di essere tornati all'epica gestione di Lee-Ditko o Lee-Romita Sr. Merito anche di scrittori come Joe Kelly, entrato di diritto nel novero degli aracno-esperti. Con Legami di famiglia ci ha regalato una storia che ricorderemo a lungo. Trama semplice, ottima caratterizzazione dei comprimari; i dialoghi sono scoppiettanti e credo abbia fatto impazzire i traduttori coi suoi mille riferimenti alla cultura pop. Last but not least ha riportato in auge Testa di Martello, scrivendone le origini e facendone una sorta di Terminator vestito da Al Capone. Allora, alzi la mano chi ricorda i “Bamboli del campo incantato” o “Cabbage Patch”, linea di bambole che andava di moda negli anni '70-'80. C'è poi il riferimento a Scared Straigth, serie di documentari per dissuadere i giovani criminali, trasmesse in U.S.A. anche da Mtv. La frase del film citata io credo sia tratta da Donnie Brasco, ma dovrei controllare.
Insomma, ho passato una buona mezzora.

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martedì, ottobre 27, 2009

L'AMORE ALTRO




Ausilio Bertoli, L'amore altro. Un'odissea nel Kosovo
(Besa Editrice, pp. 100, € 12,00)

L'amore altro. Un'odissea nel Kosovo

Il produttivo scrittore vicentino Ausilio Bertoli (Grumolo delle Abbadesse, 1945) sembra aver trovato a est nuova linfa vitale per la sua narrativa. Già col precedente “La sirena dell'immortalità” (Azimut, 2008) i caratteristici protagonisti dei suoi romanzi spostavano la loro sfera d'influenza in territori dove il genoma venetico dava origine, nel confronto/scontro con le istanze autoctone, a singolari alchimie. In “L'amore altro” questa tendenza è ancor più marcata, con conseguenze impreviste e di sicuro impatto per il lettore. La vicenda è ambientata nel Kosovo, nell'ambiente del volontariato umanitario che il nostro autore, sociologo di formazione, ha avuto modo di toccare con mano per il tramite di suoi conoscenti.
Boris e Giulia, manco a dirlo due veneti – lui vicentino, lei padovana –, vanno a Prizren Bas a far visita a Clizia, la sorella di lei, medico all'ospedale dell'International Assistance. Com'è nelle sue corde, Bertoli congegna alcune dinamiche amorose e ne rappresenta gli sviluppi: Giulia, abbandonata dal marito, è innamorata di Boris, non ricambiata (“le riversavo l'affetto che un qualsiasi fratello nutre nei confronti della propria sorella”); lui è invaghito di Clizia (“io sognavo l'amore di una medichessa”), in principio, ma finisce per idolatrare e poi innamorarsi perdutamente di Arifa, l'infermiera kosovara. Stesa così sembra la trama di un vaudeville, invece il romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia (questa la forma privilegiata dal nostro autore), procede con ritmo serrato e sterza bruscamente in atmosfere noir. Quella che nelle intenzioni doveva essere per Boris, Giulia e Arifa una gradevole gita turistica al parco nazionale di Brezovica si trasforma improvvisamente in un incubo: “Uno sparo secco lacerò l'aria. Un istante, e l'eco di un urlo strozzato, coperto in parte dal rombo di un aereo a reazione, mi risuonò nelle orecchie.”
E' Boris a parlare; la storia si dipana sotto gli occhi del lettore per mezzo della sua voce. Boris e Giulia entreranno nel mirino dei trafficanti di droga e gas tossici; sarà l'avvio di una catena di sofferenze, di morti e di sogni distrutti. Il Kosovo martoriato dalla guerra impone all'autore una mimesi più stringente e drammatica; ci sono alcuni passaggi cruciali in cui viene descritta con stile asciutto e diretto la crudeltà di alcune situazioni post-belliche: “Per i soldati era un divertimento incaprettare o bruciare vivo chiunque si trovasse nelle case o nei boschi. Il più bel divertimento.”

Boris Pavani è un altro dei personaggi tipici alla Bertoli, se così possiamo definirlo. Borghese, ben istruito, insoddisfatto della vita grigia che conduce, un anti-eroe che si sente inadeguato nella società in cui vive e che coltiva sogni di riscatto di difficile realizzazione. Come Delio Rizzi in “La sirena dell'immortalità”, Boris si allontana dalla provincia opprimente per cercare nuove motivazioni esistenziali, per trovare l'amore, una compagna in grado di compensare il suo senso di vuoto, le sue frustrazioni e angosce. Ma in questo libro c'è un espediente narrativo che diviene una possibilità in più di evoluzione del personaggio. Delio Rizzi usciva un po' rattoppato nello spirito e nella sua aurea mediocritas, in provvisorio eppur stabile equilibrio mentale, dalle sue avventure croate. Per Boris lo scarto è invece nella direzione di un valore aggiunto: la tragica vicenda di Arifa determina un sostanziale cambiamento di rotta nella sua vita. Da pavido e irresoluto, preda di un forte senso di disagio e smarrimento, Boris diviene consapevole e determinato. Il suo amore per Arifa viene sublimato in una nuova ragion d'essere, monito continuo a lottare per migliorare la propria condizione e quella degli altri. Viene da chiedersi se Boris (alla ricerca di un amore esclusivo, in netto contrasto con lo slancio idealista di Arifa) sarebbe maturato come uomo senza perdere la sua donna kosovara, ma è una speculazione peregrina: si cambia a confronto con le esperienze, per quanto spietate. Arifa, infatti, al sogno d'amore di Boris aveva opposto il suo ideale: “non so ancora cosa pretendi da me e dalla vita. Io pretendo di studiare medicina e curare e aiutare i disperati della mia terra, quelli più disperati di me, perché possano affrontare un futuro se non roseo, almeno accettabile.”
I personaggi di Bertoli rivelano le proprie motivazioni profonde con poche parole, si spiegano per comportamenti e azioni. La scrittura serve abilmente quest'esigenza: è secca, frammentata, concitata a tratti. Bertoli è abile nel ricreare in forma semplificata moduli linguistici e colloquiali che hanno il sapore della schiettezza, quasi ellittici, tratteggiando atmosfere che evocano il parlato locale senza l'utilizzo del dialetto, con ridondanze e ripetizioni nei dialoghi o interiezioni e esclamazioni del tutto peculiari, di buon effetto espressivo.

Un possibile happy end fa capolino nello scioglimento della vicenda, come un fiore su un ammasso di rovine. Boris tornerà in Kosovo, là dove ha trovato l'amore – non quello che cercava, ma un amore più grande, più puro e virtuoso –, per realizzare una clinica pediatrica dove guarire e amare i bambini della zona. Allora, forse, quell'animale (l'uomo) più feroce che esista sul pianeta può essere fermato; forse non c'è neanche bisogno che gli scienziati gli cambino i geni per ammansirlo, come viene affermato in apertura del romanzo. Forse c'è bisogno di una infusione ulteriore di speranza, quella che Ausilio Bertoli invoca nella bella epigrafe che apre “L'amore altro” e che vi invito a leggere, perché è evidente che per cambiare questo stato di cose vi sia bisogno di dosi massicce di un “altro amore” che non sia quello atavico per noi stessi, per la nostra etnia e per il nostro fazzoletto di terra brulla e senza frutto.
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martedì, settembre 29, 2009

MONTEVERDE



Gianfranco Franchi, Monteverde, Castelvecchi, 2009, pp. 313, € 16,00.

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Per il recensore di turno non è certo agevole parlare di Franchi e della sua produzione. Il rischio che si corre, nel tentativo di condensare a beneficio del lettore i generi e le tematiche coi quali il nostro si è misurato, è quello di apparire giocoforza riduttivi, ammettendo in sintonia con Patrizia Garofalo, quando ne recensisce la silloge poetica “L'inadempienza” (Edizioni Il Foglio, 2008), “la dolorosa coscienza dell'insufficienza della parola”. Insufficienza, aggiungerei, nel rendere giustizia ai molti interessi coltivati e alle tante iniziative poste in essere dall'autore romano. Potremmo pertanto, in maniera ondivaga, muovere da un suo verso: “insofferente gigante di carta e fantasia”, che credo gli vesta addosso comodamente. Ma non è solo il Franchi poeta a seminare qua e là indizi di un autoritratto da cucciolo e oltre; nella sezione Patrie lettere del recente “Monteverde” (Castelvecchi, 2009), l'articolo 2 dei diritti del Letterato recita: “Il fine di ogni associazione letteraria è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili del Letterato. Questi diritti sono l'indipendenza, l'eclettismo, la critica, la renitenza ai generi e la resistenza all'oppressione.” Un manifesto, questo, che per chi lo conosce Franchi ha vissuto e vive dentro e fuori dei suoi libri. Personalmente l'ho incontrato con la sua precedente opera di narrativa, Pagano (Edizioni Il Foglio, 2007), dove sono stato conquistato dalla forza del suo spirito battagliero, dal suo pensiero anarchico in grado di svelare con efficacia le ipocrisie e i luoghi comuni del mondo politico, della vita sociale e culturale e di rappresentarne l'attualità come pochi. In effetti, mentre nei salotti bene si fa un gran parlare dell'incapacità della nostra letteratura di farsi specchio del presente, Franchi rispolvera la figura del maître à penser, quello che aveva il polso della situazione, che indicava la via a una società meno frenetica e meno distratta di quella odierna, a un'opinione pubblica che lo teneva in debita considerazione. Non di rado era guida morale e politica, critico pure verso quell'ideologia che rivendicava e nei confronti dei suoi rappresentanti, come quel Pasolini che non a caso fa capolino in “Monteverde”. Peccato che – dettaglio - l'intellettuale si ritrovi a vivere, oggi, in un mondo capovolto, dove i servi di partito e gli opportunisti agguantano potere e successo perché la loro affidabilità è a prova di bomba, in quanto “sei affidabile quando sei ricattabile”. Così al trentenne “laureato con lode, specializzato, onesto e non allineato” rimane solo la “depressione e il mal di cuore”: precario, sottopagato, bandito dal consorzio che gli preferisce modelli di maggiore appeal e sbocchi professionali, costretto a incancrenire tra le spire mefitiche della Legge Biagi. Ma il Franchi - o il suo alter ego Guido Orsini – non si scoraggia: in perfetto stile “dinosauro postmoderno” si fa scacciare dalle radio, è sempre in cerca di lavoro, fa di volta in volta l'arbitro, il giornalista-magazziniere, l'inseritore notturno, l'addetto allo sportello e non entra nella polizia perché ha una totale venerazione per Serpico; si definisce “stagista di me stesso, tirocinante della letteratura italiana. Grande lavoratore. Gratis.” E in quest'ottica apre un portale web che porta il suo nickname, lankelot.eu, agorà virtuale frequentatissima, corpus enciclopedico di contributi filologicamente irreprensibili, dove Franchi coordina il dibattito su arti, scienze e letteratura con la collaborazione di spiriti liberi e privilegiati in quanto non ancora espressione di qualcosa: poteri economici, lobbies, industrie.

“Monteverde” diviene luogo insieme reale e ideale: è l'isola di via Fonteiana, a pochi passi dal Gianicolo, è l'estensione della casa-fortezza, terra del primo bacio e alveo dei ricordi, è tempio consacrato alla cultura, è rifugio antiatomico in un mondo votato all'autodistruzione, osservatorio privilegiato di fenomeni, sede di piccole arcadie, redazione di riviste universitarie, crocevia di sogni infranti, di amori alla frutta, di sbronze e di cazzeggi, microcosmo nel macrocosmo città, paradigma di un'identità vagheggiata e spesso inafferrabile. La narrativa di Franchi è onfalocentrica; Guido Orsini è specchio interiore dell'autore, al limite dell'autoreferenzialità. Il testo è diviso in sezioni: Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma, Patrie Lettere; ciascuna sezione è inframezzata da un interludio, dove un cane con un'occhio più chiaro dell'altro (come un Bowie reincarnato) funge da animale totemico, per traghettarci nell'Ade successivo. Sorprende, in Franchi, questa capacità di rielaborare il vissuto, di metabolizzare l'esperienza personale e la mole non indifferente di letture con autorevolezza, ricompattandola in quadri unitari e coerenti, dove il lettore si identifica e vi riconosce anche il ritratto di una generazione.

“Monteverde” è un aggiornato zibaldone dove convivono gomito a gomito momenti di grande lirismo (è il caso di “Catafalco”, dove le spoglie terrene del nonno divengono riflessione metaforica sulla morte che  un intelletto in tenera età tende a negare caparbiamente), brevi racconti espressionisti che hanno per protagonista un fusillo incastrato in una presa della corrente, che si svolgono in mondi paralleli dove l'acqua nuoce alla salute mentre l'alcool è terapeutico o dove si dialoga con la gatta di casa; e ancora mini saggi su come archiviare il proprio patrimonio librario,  folgoranti osservazioni sul declino della vita di coppia (Stasera DVD), divagazioni calcistiche sulla propria passione per la Magica, circostanziate disamine delle parabole artistiche dei gruppi rock preferiti (non è un caso che il nostro, in concomitanza con Monteverde, sia uscito in libreria con un corposo saggio sui Radiohead per i tipi di Arcana). Quella per la musica è una passione forte, che informa di sé molti suoi lavori (penso anche ai racconti di “Disorder”, Il Foglio 2006), speciale mood di sottofondo, rumore sottile della sua prosa. E ancora gli aneddoti e i piccoli episodi del quotidiano, filtrati e riconvertiti con stile eroicomico in toccanti epifanie, dove ci si intenerisce per questo nostalgico che seppellisce il suo vecchio palmare sotto la pianta di rosmarino, che colleziona calici e boccali che vengono puntualmente distrutti dalle donne di passaggio; per non dire dell'invettiva rovente, immancabile nel repertorio di Franchi, indirizzata a un sistema che fa naufragare ogni intraprendenza, sogni e illusioni.

In “Monteverde” – che doveva in origine titolarsi New Order – la scrittura è matura, e il livore lascia spazio a una nuova e più organica consapevolezza. La mente magmatica di Franchi continua a nutrirsi dei suoi modelli, scoperti e non; quello che doveva essere il capitolo conclusivo di una trilogia dell'identità si configura come una nuova apertura, dove l'ordine definitivo necessità forse di ulteriori sessioni. Lo smarrimento (“Cosa sono? Non ho un'identità chiara, ho interiorizzato la frontiera”) diviene un punto di forza: l'Istria, Trieste e Roma trovano asilo nelle Patrie Lettere e il “dipendente nipote di padroni e figlio di sindacalista” guarisce della propria schizofrenia in virtù di quel nomadismo psichico chiamato in causa dagli storici per Carlo Magno, abile unificatore di germani e latini nel Sacro Romano Impero, più o meno consapevole promotore di uno spazio riconducibile all'attuale Europa: “Non c'è bene o male. C'è solo consapevolezza. Guido crede che non sia vero che ogni viso è la carta geografica delle esperienze di una persona; crede che ogni corpo ne sia espressione e sintesi, che tutto comunichi qualcosa: la postura, l'atteggiamento, la carne, la pelle, i capelli, i peli, i lividi, le cicatrici, i nei, la carnagione, la piega del sorriso, il modo di guardare e di farsi guardare; ogni cosa canta, tutto canta e lui non si stanca di ascoltare.”
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categorie: recensioni
mercoledì, settembre 09, 2009

UN POSTO PER SCRIVERE 4


un posto per scrivere: Aurora

Prosegue la carrellata sui posti per scrivere, rubrica ideata dal sottoscritto e dagli amici dell'associazione. Questa settimana vi propongo il "posto" di Aurora, amica carissima e collaboratrice della redazione di CaRtaCaNta:

"Ecco qui il mio angolo di scrittura. Nella mia cameretta di pochi metri quadrati devo farmi posto tra pile di libri, dvd, cianfrusaglie, vestiti e una cagnolina che viene a scaldarmi i piedi anche d’estate. Spero di poter posizionare la scrivania vicino a una finestra quando finalmente mi trasferirò. Nel frattempo, sul muro di fronte a me, ho appeso un planisfero...sia mai che a forza di scrutarlo, riesca un giorno a fare il giro del mondo.

p.s. utilissima questa iniziativa, finalmente dopo mesi ho sgombrato la scrivania!"

(foto e testo di Aurora Dal Maso)

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categorie: varie, attualità, amenità
mercoledì, agosto 26, 2009

OSTAGGI DELLA PAROLA



Adriano Gennari, Federica Niola, Io non aspetto, (ExCogita Editore, 2009, pp.150, € 12,50)


Io non aspetto_coverInusuale e intrigante, il libro d'esordio di Gennari e Niola si impone al lettore per almeno due peculiarità che spiccano su altri temi o aspetti: quello di essere prima di tutto un work in progress e in seconda battuta una ricognizione appassionata sulla pratica della scrittura.
Gli autori sono due professori di liceo che, soffocati dalle spire della burocrazia scolastica, decidono di creare un'oasi, un'area protetta dove baloccarsi con un nuovo gioco: la costruzione di alcuni personaggi e la composizione di un intreccio.
Il romanzo prende forma e si dipana su un doppio binario. La cornice, che è poi parte integrante di tutto il lavoro, vede gli alter ego dei due prof, Giordano e Gaspara, scambiarsi i fogli e commentare vicendevolmente i propri esercizi di scrittura, tra un collegio docenti, un'ora di lezione e un passaggio in sala insegnanti. L'intesa fra i due si rinsalda man mano che il manoscritto si trasforma in un consistente malloppo di pagine; e quella che all'inizio sembrava una scommessa diviene col tempo un impegno costante e irrinunciabile, dal quale attingere nuovi stimoli e linfa vitale nella bieca routine di ogni giorno, un rifugio segreto dove cospirare contro le mortifere assemblee e il loro vuoto chiacchiericcio, contro i colleghi sviliti e demotivati, detentori di un sapere che somministrano in stanchi e ripetitivi rituali. Non mancano infatti, en passant, tra siparietti più o meno grotteschi, vere e proprie bordate all'odierno sistema scolastico: “La scuola degli anni 2000 è un posto lungo come un'ombra estiva la sera. I professori sono sagome vaganti intristite dal tempo che vanno ripetendosi che i ragazzi d'oggi non capiscono niente, che sono privi di ideali, che pensano solo a drogarsi e a telefonare in una sorta di isteria collettiva (...)”
Nel duetto è Giordano quello che appare più convinto e determinato, che sprona Gaspara, dubbiosa e recalcitrante: “La intercettò e le chiese che cosa ne pensasse, lei, del fatto che scrivere a quattro mani non fosse esattamente come scrivere a due. Gaspara gli rispose che, semplicemente, non lo sapeva perché non aveva mai scritto, ma solo letto in tutta la sua vita.” Non ci vorrà molto perché la scrittrice in erba subisca per intero la fascinazione del compito che la attende: “Quanta fatica e quanta passione ci vuole anche solo per mettere sul foglio una frase che non sia una semplice informazione da dare.” I due sembrano amoreggiare tra loro per mezzo delle parole; i dialoghi sono farciti di sottile ironia e doppi sensi. La storia che decidono di raccontare è geometricamente confinata all'interno di un quadrilatero amoroso. Quantitativamente, occupa maggior spazio nel testo la storia di Marco e Marta. “Con Marta tutto era successo con naturalezza. Lei non aveva distolto lo sguardo, quando le aveva detto, così, pari pari, che voleva fare l'amore, che le avrebbe messo le mani dappertutto.” Si tratta di una relazione extraconiugale – topos frequentato nella vita come in tanta narrativa e filmografia – tra due persone di estrazione borghese, che nell'anodina provincia veneta fin qui hanno condotto esistenze ordinarie, segnate dal consueto ménage di coppia. Non ci troviamo, però, di fronte a un corrispettivo riveduto e aggiornato di Signore e signori. L'adulterio non è vissuto con l'uzzolo godereccio e scanzonato di chi coglie al volo l'occasione, 'ché ogni lasciata è persa. In Io non aspetto l'inquietudine esistenziale la fa da padrona, la noia moraviana ammorba l'anima: “(...) potremmo raccontare  la storia di quattro giovani adulti che per tutta la vita non hanno fatto altro che rimandare qualcosa che sapevano di dover fare.”  Gli altri due lati della nostra figura sono occupati da Lina e Flavio, rispettivamente la moglie di Marco e il marito di Marta. Al termine di una “notte brava” rincaseranno tutti e quattro, ognuno per proprio conto e, fatta la doccia, rifluiranno nel corso delle loro vite omologate, nel torpore di giornate sempre uguali, come dei profughi da un doppio sogno di schnitzleriana memoria. O forse no; in qualcuno quanto è accaduto ha lasciato un segno profondo, almeno in un caso, quello di Marta. Dei quattro personaggi creati da Gaspara e Giordano, Marta è il carattere più sfaccettato. Sorta di cellula dormiente di una schiera di potenziali erotomani, Marta vive fino a un certo punto nell'alveo rassicurante che il matrimonio con Flavio le ha riservato: il ruolo della moglie passiva, immalinconita, scontenta della sua relazione, incapace di  comunicare il proprio disagio al marito distratto. Marco è l'elemento scatenante, il detonatore che fa deflagrare una sensualità per troppo tempo repressa, fermamente decisa a cogliere l'attimo, a riguadagnare il tempo perduto. A saltare nel vuoto. Marta è il grimaldello che Giordano e Gaspara vanno cercando per forzare le resistenze di una vicenda che alla fine si vorrà scrivere da sé. Ai due non resterà che mettersi al servizio della storia che hanno sin qui imbastito. E' proprio nel momento preciso in cui Marta intraprende il suo viaggio nell'ignoto che la cornice si rende inestricabile dal racconto che si è prefissa di generare. I confini del romanzo nel romanzo si fanno più labili. Un congegno come Io non aspetto, in altri termini, rimane pericolosamente in bilico sul precipizio. I suoi punti deboli sono lampanti nella disomogeneità del dettato, che distingue nettamente le due voci, riconducendole a precise identità autoriali, col loro personale bagaglio (com'è giusto che sia, del resto); nell'intreccio, piuttosto convenzionale e nella quantità non indifferente di scene di sesso che sono altrettante forche caudine per gli scrittori. Come a dire: Gennari e Niola osano, e a un passo dal dirupo le debolezze si rivelano essere dei punti di forza che puntellano e mantengono in equilibrio l'intera struttura. Le carte sono scoperte fin dal principio: scrivere è vivere esistenze parallele, sbrigliare il proprio immaginario, anche erotico. Così l'ordito, abbandonata qualche lungaggine iniziale, si adatta con gradualità all'evoluzione psicologica dei personaggi. Se la scrittura di Gennari appare più sicura fin dal principio, sobria e diretta nel perseguire gli obiettivi che la performance richiede, quella di Niola tentenna nella gabbia di un'impostazione classica, forte di tante letture e competenza, apprezzabile ma meno aderente alle esigenze del quartetto di personaggi e ai loro intrallazzi. La consapevolezza, comunque, non difetta, e così anche il cambio di rotta che mantiene genuino il carattere in fieri del romanzo che si va delineando: “Sto pensando a come dovrei scrivere per essere meno pletorica. (…) Mi accorgo che talvolta mi lascio prendere la mano e che mi soffermo sulle parole. Mi sembra quasi di perdere la visione dell'insieme e di indugiare sulle subordinate, restando io subordinata alla sintassi.” Così, se nei primi capitoli una certa reticenza fa indugiare Gaspara nell'invenzione compiaciuta di allusioni e curiose metafore, man mano che il “termometro sessuale” della narrazione sale, la prosa si affila, circoscrive degnamente il suo oggetto, diventa più esplicita e icastica. Di particolare rilievo, anche visivo, l'episodio della fuga di Marco e Marta nella laguna veneziana, a mangiare il pesce nel ristorantino di un paese sperduto, dove i due autori ricreano sapientemente l'atmosfera fumosa e dozzinale, i profumi della cucina, gli sguardi famelici che si scambiano i due innamorati e gli umori delle loro bocche; e il party di Vladimir, generoso ancorché grato anfitrione, con tanto di orchestra dei Balcani e uno spicchio di mondo gitano e multicolore, dove Marta giocherà con Marco la partita finale della trasgressione estrema. Per votarsi, forse, a una perdita definitiva di sé. Il racconto che era iniziato quasi per caso, ha invocato un possibile svolgimento e un altrettanto plausibile epilogo. Gaspara era sopraffatta dall'urgenza di quanto la penna voleva far uscire sulla carta ma Giordano l'ha esortata a non aver paura, a far dire al suo personaggio quello che lui direbbe a se stesso senza remore, senza schermi. La scommessa, non senza fatica, è stata vinta, e una tale dichiarazione d'intenti potrebbe da sola, semplicemente, costituire un pilastro etico della pratica narrativa. “Benvenuta nel club degli ostaggi della parola. Non ti ci è voluto molto per contagiarti, vero?”

Adriano Gennari è nato a Rossano Veneto nel 1959 e vive a Vicenza, dove insegna Storia e Filosofia in un Liceo della città.

Federica Niola è nata a Vicenza nel 1960. Lavora in un Liceo cittadino, dove insegna Lettere.

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