lunedì, giugno 08, 2009

LA LUNA AL TRAGUARDO DEL BOSCO



Franco Seculin, “La luna al traguardo del bosco”, Edizioni Sabinae, 2009, pp. 58, € 12,00, www.edizionisabinae.com.

La luna la traguardo del bosco_cover

Quello con Franco Seculin è stato un incontro breve – alla presentazione di un libro e nell’immediato dopocena, per una gradevole conversazione – ma intenso, di quelli che lasciano il segno. A colpirmi, prima che l’artista poliedrico, il flâneur, il pacato sciorinatore di mille aneddoti sui suoi vagabondaggi, è stato l’uomo e la sua singolare vicenda. Nato in Eritrea ai tempi dell’Impero, dopo l’8 settembre 1943 la sua vita è stata tutto un trasloco. Termina gli studi e si laurea in Giurisprudenza; gira in lungo e in largo lo stivale, da Torino a Bari, da Milano a Cagliari, da Genova a Napoli, Firenze, Roma e Terni, città – quest’ultima – dove ha trascorso momenti capitali della sua vita, legandosi indissolubilmente (quasi un processo osmotico, condivisione di comuni geni poietici) a Otello Fabri (Terni 1919-2001), esponente di spicco del panorama pittorico umbro, dal linguaggio personale, espresso nelle più diverse tecniche: olio, pastello, acquarello, matita, inchiostro, penna biro, fino all’incisione, di cui è stato maestro. Pittura e poesia si erano già incontrate, nel tempo mortale di un’amicizia pluriennale e in una recente pubblicazione – prezioso volume di grande formato, straordinaria testimonianza a futura memoria – ovvero “Frammenti: alchimia di segni e di parole di Otello Fabri e Franco Seculin", progetto che può intendersi nella felice espressione dei curatori : “pittura parlante la poesia di Franco; poesia silenziosa la pittura di Otello”.
Immagini di Fabri commentano alcune delle poesie contenute in questa silloge di recente pubblicazione, “La luna al traguardo del bosco”. L’esercizio poetico di Seculin è legato al “frammento”, icona cristallizzata del tempo che scorre, denominatore minimo della Storia, quella dei grandi eventi, che rifluisce a ritroso e trova compiutezza nel respiro breve, nel dettato intimista, quasi un’orazione quotidiana, privata, paradigma dell’hic et nunc. Seculin sembra dire: “Ecco, io sono qui”, sono un pezzo di quel tumulto che ha scosso le genti e le ha portate in cammino attraverso i continenti; sono un refuso delle grandi ideologie, ho resistito e sono sopravvissuto alle correnti, alle avanguardie, ai manifesti. Lui stesso scrive che il suo hobby, una necessità, è trafficare costantemente coi materiali che il linguaggio gli impone, con la scrittura e quanto interviene a codificarla: racconti, romanzi brevi, poesie. In epigrafe al libello la dedica è per la moglie Simonetta, e l’amore coniugale, nei suoi diversi aspetti, dai primi, freschi palpiti di sensualità (Così ripenso a quel seno,/dolce e pieno, velato di luce,/in un mattino di settembre), a un tenero e maturo sentimento di condivisione che prende casa nell’eterno, nuovi Filemone e Bauci, per il quale anche una momentanea assenza è motivo di dolore (Così nel silenzio/senza te/posso sentire l’amaro/che dentro si rompe/in questo vuoto/pieno, assoluto).
La Luna, nobile padrona di casa, squisita e premurosa ospite, officia i festeggiamenti, apre le danze e i convenuti si assiepano, a celebrare i riti consueti del mondo: i cicli inarrestabili della Natura, avvertita come un sommo Bene, dal volto apollineo e solare (L’uomo che ha coraggio,/corre nel sole-/Il caldo lo spinge/e vive sincero sui fiori/), del quale fare tesoro; eppur percorsa da sinistre ombre (L’uomo che conosce la verità,/muore, lentamente,/ogni giorno, disperato/nella sua impotenza). La Morte fa capolino qua e là, accolta con grande deferenza e pace interiore, in fine di parabola per una vita ricca, dalla quale si è attinto senza risparmio (Ma quando verrà la mia notte,/tuo sarò per sempre,/amica morte, fra le tue braccia), nei confronti della quale si desidera negoziare le modalità di congedo (Nel rosso dei papaveri,/dolcemente, una domenica mattina/sotto il buon sole dei bambini/finirò la vita).
La voce di Seculin è lineare e molto comunicativa, fruibile da tutti. Il pregio di questa raccolta consiste per lo più nella percezione dinamica del Tempo,
repêchage ininterrotto di momenti felici del passato individuale, consistenza di un vissuto, sua contaminazione con le istanze del presente – Seculin naviga in rete, coltiva contatti telematici, pasticcia coi blog e affini, osserva con curiosità i fenomeni sociali contemporanei (Dei bambini ho paura/quelli coi soldi in bocca,/hanno occhi sicuri/non sorridono mai/…/Quei corpi ben fasciati/nei vestiti firmati./Le scarpe coi rinforzi,/da suole anti urto,/rallentano il contatto/la terra è più lontana/il cammino sicuro) – e ponte per future, compiaciute scorribande creative (Non si è fermato il tempo/Del tuo andare/Catturi ancora il vento e/Le sue rose).

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sabato, maggio 23, 2009

PENSIERI DEL FILOSOFO IGNOTO

guido ceronetti

Costruire una pace pone una perplessità tragica:
è come se un chirurgo avesse sotto i ferri,
col dovere di salvargli la vita, un pericoloso assassino.
Quando si sarà rimesso, riprenderà ad uccidere.

(Guido Ceronetti, "Insetti senza frontiere", Adelphi, 2009)
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domenica, maggio 10, 2009

IL MATRIMONIO SEGRETO




my secret marriage

Spero per voi che non siate deboli di stomaco o allergici alle soap opera – io non le disdegno, miscelate a altri generi, con un pizzico di stile -, perché l’annuncio che sto per dare vi farà innalzare in circolo, seduta stante, il tasso di zuccheri, colesterolo, trigliceridi e compagnia bella.
“HO DECISO DI METTERE LA TESTA A POSTO E DI SPOSARMI”
Ecco, l’ho detto.
Chi mi conosce potrà intuire che quello mio e di Sabrina non sarà certo un matrimonio sotto l’egida di Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica pur avendo, noi, un gran rispetto per coloro che credono nel sacramento.
La nostra visione laica delle relazioni tra persone adulte ci ha fatti pencolare, da qualche tempo, tra matrimonio civile  e PACS. Riguardo a questi ultimi, ferma restando la non equipollenza dei diritti legali con l’istituzione per eccellenza, il dibattito presso l’opinione pubblica è spesso degenerato in propaganda o strumentalizzazione politica e religiosa. Qualche anno fa parlare di coppie di fatto aveva risvegliato paure ancestrali e nello stesso calderone erano stati mischiati ingredienti diversi: coppie di fatto, omosex e pedofili.
Fosse stato per me e per lei, avremmo potuto andare avanti anche così. Il nostro rapporto di coppia, coi suoi alti e bassi – chi è senza peccato scagli la prima pietra! -, veleggia dal lontano 1992, quando ci incontrammo. In quel periodo ero quasi certo che avrei fatto il lupo solitario vita natural durante, nel mio appartamentino in affitto, che quella vita si accordasse con le mie esigenze e interessi. Ma dire mai. Nel 1994 siamo andati a vivere assieme. Fino a oggi abbiamo cambiato casa cinque volte, cambiato banca altrettante volte; acceso tre mutui (due li abbiamo estinti) e adottati tre cani dal canile. Nel 2004 abbiamo perduto il nostro primo figlio al sesto mese di gestazione di Sabrina, per sopraggiunte complicazioni – il piccolo Astrolabio, colui che dimora tra le stelle. Non ne abbiamo più parlato, perché gli impegni quotidiani ci requisiscono sistematicamente, ma credo che entrambi, in cuor nostro, pensiamo ancora a questo bambino mai nato al quale abbiamo dato questo nome curioso, per celebrare la memoria di quanto poteva essere e non è stato. Sempre nel 2004 ci siamo iscritti entrambi a Lettere, indirizzo di Linguaggi e tecniche di scrittura. Gli impegni di lavoro, la nascita di Matteo (dicembre 2005) e ancor più le birichinate notturne di Giacomo (febbraio 2008) ci hanno tenuto lontani dai libri di testo, a una manciata di esami dalla tesi, ma potete scommetterci che tra qualche tempo porteremo a termine anche questo progetto, non appena la cura dei figli sarà meno intensiva. A chi mi chiede qual è l’ingrediente decisivo perché un rapporto a due funzioni, la prima cosa che mi viene in mente è “avere dei progetti in comune”. Domani potrebbe anche andare storta (e qui mi strizzo i paesi bassi), chi può dirlo?, ma se penso al nostro futuro vedo progetti a due (a quattro) da realizzare. Prioritario, ora, è fornire i due omuncoli che scorrazzano per casa di qualche sicurezza. Non ho eredità cospicue da lasciare: case, patrimoni, cenotafi, emittenti private, giornali, società quotate in borsa. Al massimo posso mettere in palio un appartamentino di 80 metri quadrati in centro (gravato di mutuo ancora per qualche annetto!), un buon numero di libri, di raccolte di fumetti e una Fender Anniversary Stratocaster del 1979 – se non riesco a piazzarla su e-bay. Sì, insomma, dovranno rimboccarsi le maniche perché da me non sentiranno la fatidica frase: “Figliolo, tutto questo un giorno sarà tuo”, ma per quanto ci riguarda io e la Sabry cercheremo di essere “i migliori in quello che facciamo” (questa l’ho presa in prestito da Wolverine), di fare quanto è possibile in questo tempo e in questo spazio.
Mi fermo per non sbrodolare altro, e ritorno al motivo conduttore. Ci sposiamo in sala degli Stucchi, Palazzo Trissino, corso Palladio 98 il prossimo 27 giugno, alle ore 11.30. Se passate da quelle parti non faccio il miope e fingo di non vedervi ma vengo a stringervi la mano. Ministro del culto: il sindaco, o qualche assessore in sua vece. Poi faremo un pranzo in famiglia, più o meno sedici invitati: i parents, le mie sorelle e i rispettivi partners, la sorella di Sabrina col marito, i nipotini. Con gli amici ci si vede, prima o dopo la data fatidica, per un giro di birre al bar.
Pensando allo spirito col quale ho vissuto finora e col quale transiterò per l’istituzione matrimoniale, non riesco a togliermi dalla mente le parole di una canzone di Sting, tratta da “Nothing like the sun”, che riconduce l’essenza del matrimonio a un patto privato, a una promessa di primigenia condivisione che basta a se stessa, se non ci fossero ulteriori sovrastrutture:
 


The Secret Marriage

No earthly church has ever blessed our union
No state has ever granted us permission
No family bond has ever made us two
No company has ever earned commission

No debt was paid no dowry to be gained
No treaty over border land or power
No semblance of the world outside remained
To stain the beauty of this nuptial hour

The secret marriage vow is never spoken
The secret marriage never can be broken

No flowers on the alter
No white veil in your hair
No maiden dress to altar
No bible oath to swear

The secret marriage vow is never spoken
The secret marriage never can be broken


Il matrimonio segreto

Nessuna chiesa terrestre ha mai benedetto la nostra unione
Nessuno stato ci ha mai dato il permesso
Nessun legame familiare ci ha mai uniti
Nessuna ditta ha mai intascato la commissione

Nessun debito fu pagato nessuna dote da guadagnare
Nessun trattato su paesi confinanti o potere
Nessuna apparenza del mondo di fuori
Rimasto per disonorare la bellezza di quest’ora nuziale

Il voto del matrimonio segreto non è mai stato pronunciato
Il matrimonio segreto non potrà mai essere rotto

Nessun fiore sull’altare
Nessun velo bianco sui tuoi capelli
Nessun vestito da damigella da ritoccare
Nessun giuramento sulla Bibbia da fare

Il voto del matrimonio segreto non è mai stato pronunciato
Il matrimonio segreto non potrà mai essere rotto

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categorie: casi miei
domenica, aprile 26, 2009

Cristiano Cavina mi stringe la mano, ma ricambio lo sguardo solo per un istante. Sono attratto dalla t-shirt rossa fiammante che fa capolino dal giubbotto in jeans, sbottonato a metà. Una saetta gialla. Il costume di Flash. Per me è come andare a nozze. Così iniziamo a conversare dei nostri eroi preferiti, tra DC Comics e Marvel.
“Le ho quasi tutte, le magliette”, dice. “Ma non le trovo a Casola. Le ordino in internet”.
“La scorsa estate ne ho acquistata una, splendida, di Ghost Raider”, dico io.
“Ghost Raider? No, quella mi manca”, dice lui.
Sembriamo due bimbi che si scambiano le figurine.
Ritorno col pensiero al nostro primo contatto, una telefonata.
“Non mi capita tutti i giorni di parlare col personaggio di un romanzo.”
Cristiano si schermisce. E’ tutto così semplice, così naturale per lui.
Scrivere quello che scrive, vendere una barca di copie, poter vivere di scrittura e continuare a sfornare pizze nel locale dello zio, non schiodarsi più, con tutto se stesso – anche se è in giro per l’Italia – dal suo paese abbarbicato sull’appennino romagnolo.
“Vorrei concordare con te le letture. A noi di CaRtaCaNta piace ascoltare la voce degli scrittori che leggono le loro cose.”
“Scegliete voi. Sarà una sorpresa.”
Sorpresa. Lo guardi e sembra sempre stupirsi, come un bambino.
E si diverte pure, come un bimbo. Acquista matite colorate, compra un libro illustrato di Richard Scarry per suo figlio Giovanni.
E’ un fiume in piena, un continuo dilagare di storie. Fare un’intervista con Cristiano Cavina può rivelarsi la cosa più facile del mondo. Dai il LA e lo lasci raccontare, rimani a bocca aperta, ridi e ti commuovi per quello che ascolti. O la più difficile: cerchi di intrufolarti, ogni tanto, consapevole di essere un intruso tra lui e i suoi fan, cercando di tenere insieme la scaletta che ti sei prefisso. Ma i tuoi appunti sono un fragile castello di carte, destinato a crollare al primo alito di vento. Cavina è Flash, una sorta di tornado umano.
Se volete leggere dell’incontro c’è chi ne ha scritto meglio di me: qui.
Se volete guardarvi le foto, eccole:






























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categorie: presentazioni
martedì, aprile 21, 2009

SEVEN DAYS AGO…



appunti

Mi lascio volentieri alle spalle una settimana coi “controcazzi”, giusto per utilizzare un francesismo. Già la pasquetta ci aveva recato la triste novella della tragica morte di Franco Volpi, circostanza che mi ha molto turbato.
Essendo io ateo e materialista, le mie categorie mentali entrano in corto circuito nel tentativo di archiviare le inevitabili riflessioni che la scomparsa del filosofo si è portata con sé.
Ho sempre pensato – e in questo mi sento affine a Foscolo – che continuiamo a esistere nella memoria di coloro che ci hanno conosciuto. Le opere che realizziamo in vita parleranno per noi finché ci sarà qualcuno disposto a ricordare chi eravamo e ciò che abbiamo fatto. Un uomo come Volpi, nel pieno della maturità intellettuale, intento a costruire l’edificio della sua opera, l’eredità che intendeva lasciare a coloro che gli sopravvivranno, colpito senza preavviso in quella facoltà che più aveva differenziato, distillato nel tempo a prezzo di tanti sforzi, rinunce, sacrifici e piccole/grandi soddisfazioni personali. C’è qualcosa di metaforico e terribile in questo fatto, e mi ritrovo a pensare alla morte. Non mi accadeva da tempo, da quando adolescente, in pieno periodo “sturm und drang”, guardavo film di Allen, Bergman, Wenders, e scimmiottavo un vago spirito yiddish concludendo che la morte aveva qualche parentela con un hamburger da Mac Donald’s: quel gusto gommoso, falso, sintetizzato in qualche oscuro laboratorio.
Il mattino di martedì hanno ricoverato la moglie di un mio carissimo amico, per sottoporla a un delicato intervento chirurgico alla testa del pancreas, dove s’era annidato un cancro della peggior specie. E’ stata sbudellata e ricucita, senza apprezzabili risultati. Il tumore è largamente infiltrato; ha invaso le strutture vicine. Prognosi: un paio di mesi da giocarsi, forse un po’ di più se la chemio fa il suo dovere, ma a prezzo di quante sofferenze?
E pure qui il tenore delle mie umbratili considerazioni è intuibile.
Nel frattempo Sabrina si è licenziata dall’azienda per la quale lavorava dal 1992, senza interruzioni a parte le due gravidanze. La sua – la nostra – è stata una scelta quasi obbligata. Nonostante l’anzianità di servizio e l’esperienza professionale, l’ufficio risorse umane (definizione emblematica) non ha potuto concederle il part-time. Hanno le mani legate. Quando è stata data attuazione alla normativa sull’orario ridotto i part-time sono stati dispensati a pioggia. Chi aveva i bimbi piccoli, allora, oggi li ha all’università, ma quei contratti sono rimasti intoccabili. Impossibile rinegoziarli. E attualmente, in azienda, non c’è posto per nessuna esigenza extra. Ormai non assumono neanche più a tempo pieno. Sono due mesi che io e Sabrina sembriamo gli amanti infelici, destinati a non incontrarsi mai, di quel film con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer, “Ladyhawke”.
Quando smonto dal turno io parte lei. Ci si incontra sulla soglia di casa, cinque minuti per bere insieme un caffè e darci le consegne sui piccoli: hanno mangiato, dormito, cagato e via discorrendo. Ora Sabry potrà dedicarsi alla libera professione, 20-24 ore settimanali, e avrà più tempo per la famiglia. Non voglio invecchiare perdendomi gli anni migliori. Siamo soli io e lei, a occuparci dei figli; vogliamo passare più tempo possibile con loro, almeno finché non cresceranno un altro po’. Vogliamo ritagliarci pure del tempo per noi, come coppia. Ci sono periodi nella vita dove vai avanti come un ciclista in gara, testa bassa e pedalare, pedalare, pedalare. E un giorno alzi la testa e scopri che ti sei perso qualcosa per strada.
Per giovedì e venerdì sera avevo organizzato due eventi. Il giovedì la presentazione di un libro in villa Giusti Suman, a Zugliano, un incontro con l’autore per la rassegna “Primavera in villa”, del quale potete trovare notizia qui. Per l’occasione l’assessorato alla cultura aveva investito in promozione a mezzo stampa e tivù, ma nella tarda serata di giovedì un violento nubifragio ha penalizzato la soirée in termini di afflusso di pubblico, tanto che il conduttore (nella persona del sottoscritto), lo scrittore e la lettrice hanno esteso l’invito a continuare la presentazione in pizzeria ai pochi convenuti, trasformando l’evento culturale in occasione conviviale.
Per fortuna mi sono rifatto il venerdì sera con la presentazione di Cristiano Cavina e “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos) alla libreria “Quarto potere” in centro a Vicenza. L’incontro è stato molto partecipato, anche se non di agile gestione. Ho costruito l’intervista nei dettagli, coadiuvato dall’ amica Pungola, preziosa collaboratrice di CaRtaCaNta; ma come spesso accade in queste circostanze, è l’autore stesso il vero timoniere di una presentazione. Cristiano è difficilmente imbrigliabile negli schemi di un’intervista canonica. E’ torrenziale, un vulcano in eruzione, un continuo massiccio irrefrenabile dilagare di storie. All’intervistatore non resta che seguire la corrente, adattare i temi e la scaletta delle domande al canovaccio dell’hic et nunc. Una serata straordinaria, della quale vi riferirò in uno dei prossimi post. Per ora credo sia abbastanza. Statemi bene.
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categorie: casi miei
giovedì, aprile 16, 2009

Franco Volpi - foto d'archivio
Tarda mattinata di Pasquetta. Il filosofo, a cavallo di una bicicletta, sta andando a un appuntamento con la morte. Non è un film di Bergman. Franco Volpi, classe 1952, è stato travolto da un’auto mentre si arrampicava sulle stradicciole tortuose dei colli Berici. Il trauma cranico è stato devastante; a nulla sono valsi gli immediati soccorsi, il trasporto in elicottero all’ospedale di Vicenza. Coma irreversibile. Con lo studioso scompare una parte sostanziosa della cultura italiana e europea. Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Padova, autorità indiscussa su Heidegger, Schopenhauer, Nietszche, Schmitt, divulgatore e pubblicista dalla grande capacità comunicativa, curatore di fortunati testi brevi di Schopenauer per Adelphi (“Sul mestiere dello scrittore e sullo stile”, “L’arte di ottenere ragione”), cittadino del mondo (ha insegnato in Francia, Germania, Sudamerica, Messico e Canada): questo e altro era Franco Volpi.
Voglio ricordare la sua espressione perennemente sorridente, gli occhi vivaci, curiosi, intelligenti, quell’esame di Filosofia sulla contraddizione dove mi fece i complimenti per la “dialettica niente male per uno che viene da un istituto professionale”, o per una splendida conferenza tenuta alla Società Generale di Mutuo Soccorso su Milan Kundera e “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Addio professore. La sua è una morte metaforica, terribile e assurda, che lei stesso avrebbe analizzato col suo pensiero titanico e, forse, conoscendola un po’, anche con la distanza di un humor sottile ch’era nel suo stile.
Un raro filosofo che sapeva ballare, come i musici e i poeti.

Potete leggere il bel ricordo di Cesare Galla, apparso sul Giornale di Vicenza di oggi, qui.
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categorie: attualità, casi miei