Cigale

 

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Il blog di Alberto Carollo, dove cicaleggeremo di libri, di scrittura creativa, di fumetti, cinema, musica e quant'altro. E magari ci faremo anche i casi miei...

Vi avverto che scrivo a cadenza (forse) mensile, a causa dei molti impegni che mi tengono lontano da questo 'locus amoenus', perciò... se vi armate della pazienza necessaria...



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martedì, aprile 29, 2008
 

Altrove da me_cover

ALTROVE DA ME

Lucilla Galanti

Recensione di alberto carollo

 

Lucilla Galanti è senza dubbio una penna da tenere d’occhio. Per almeno tre buone ragioni: è giovanissima (21 anni), ha una poderosa immaginazione e una scrittura ben strutturata, capace di trascinare il lettore anche in quelle plaghe remote dell’io narrante dove molti autori si sono arenati nel pantano del solipsismo, col penoso esito (ahimé) di far naufragare di fatto i loro progetti narrativi. Lucilla, qui alla sua opera prima per i tipi de I Sognatori, con Altrove da me (pagg. 145, Euro 9,90), si getta con una sana dose di beata incoscienza nell’impresa di architettare un romanzo denso e corposo, quasi esclusivamente in prima persona, per tradurre e rendere comprensibile al lettore il carattere “strano” e “perturbante” della sua protagonista femminile. Un altro mattino denota una giornata di scarsa importanza. Inutile. (…) Galleggio nel mio nulla costruito su misura e mi ci sento perfettamente a mio agio. La protagonista è affetta da una forma di Disagio esistenziale e la Galanti ne delinea le coordinate, descrive l’evoluzione di questa “disposizione”, se è possibile parlare di “evoluzione” e “disposizione” (d’animo?) in una storia che presenta molte analogie con la graduale manifestazione di un quadro clinico, di una patologia psichiatrica.

Mi spiego meglio. Altrove da me non presenta un intreccio convenzionale; percorrendo il romanzo da cima a fondo non succede praticamente nulla o meglio, ciò che accade avviene unicamente nel teatro di posa della mente della protagonista. Le connotazioni reali, il fatto che a questa giovane – che potrebbe essere pressappoco coetanea dell’autrice – sia stata tratteggiata una posticcia biografia (un padre, una madre, un matrimonio finito male, un incerto lavoro) è solo un pretesto provvisorio, un trampolino di lancio per innescare nuove fantasticherie e vaneggiamenti.  Ciò che è tangibile è la cupa, inquietante discesa agli inferi di una mente troppo sensibile, vulnerabile, irrimediabilmente perduta nel vaglio continuo di eventi marginali, altrimenti irrisori, che segnano il suo quotidiano; nell’autocritica spietata, nel pedissequo ribaltamento di prospettiva, nel condurre anche stilisticamente un ragionamento involuto e contorto, al limite dell’anacoluto. E fin qui, percorrendo le secche del prologo e della prima fase di latenza, il lettore poco propenso a infilarsi nella selva oscura di questa partitura potrebbe osservare che la Galanti sembra continuare a ruotare attorno al suo ombelico. Questo se la scrittura gergale, piana, scarnificata nelle descrizioni accessorie ma precisa e puntuale nel riferire percezioni e emozioni del suo oggetto – quasi una autopsia in diretta – apre improvvisamente le danze su scenari intrisi di visioni, di iper-realtà. L’incubo e il grottesco dilagano e il pensiero corre inevitabilmente a riferimenti paraletterari come le arti figurative (Munch, Schiele) o cinematografiche (Cronenberg, Ken Russel, il primo Polanski). Lentamente le mura di casa si popolano di fantasmi che entrano e escono a loro piacimento; suppellettili e elettrodomestici ingaggiano una sorta di guerra civile decidendo di parteggiare o meno per la loro inquilina. Il volo a vite continua: la storia vira al nero più nero; la disperazione fa capolino ma il registro adottato evita accuratamente il melodramma e tinge di un umorismo caustico e sottile il succedersi di quadri bizzarri, le trasmutazioni dei corpi, il ricorrere della forma pesce (quasi lo scalino più basso della scala evolutiva: veniamo dall’acqua, creature squamate, gorgoglianti nel buio, prima di acquisire una forma intelligibile di linguaggio). Il repertorio non è nuovo di zecca né particolarmente originale (è possibile, mi chiedo, essere originali quando tutto è già stato detto con l’omerica Odissea?) ma la Galanti presenta una naturalezza fuori del comune, evitando quasi “acrobaticamente” cadute di tono, autoreferenzialità e sciommiottamenti di modelli. Si nutre, questo è evidente, di tanto materiale letterario: Kafka, in primis, e ancora Lovecraft, e il Burroughs de Il pasto nudo, ma lo fa con nonchalance e finisce per cadere sempre in piedi. Altrove da me è in questo un piccolo miracolo di misura e equilibrio. Personalmente avrei forse preferito qualche pagina in meno ma i personaggi che di volta in volta sfilano nelle varie parti e intervalli hanno il sapore della fiaba (rigorosamente nera): il ritardato Dimitri sembra uscito dalla penna del più audace Bulgakov e le improbabili e inconsistenti figure del Saggio e del suo cane fanno i pendolari, con naturalezza, dal mondo dei morti per ornare una vicenda che non è per niente conciliante col lettore, ma che anzi lo strapazza indugiando nei particolari più tetri e sofferti del Disagio della giovane donna e del suo tormentato rapporto col suo corpo, calato in un lurido appartamento, con la sua dispensa di cibi scaduti da tempo, dove il terrazzo è una discarica e il cadaverino di un malcapitato gatto può anche “fare compagnia”; un corpo indagato minuziosamente nelle sue metamorfosi, svilito, mortificato, spezzettato (col pensiero, sempre col pensiero) e ricomposto allo specchio nella speranza di scorgere un barlume di quel benessere perduto. Le passeggiate notturne della ragazza, con le sue fide “babbucce”, in ascolto della propria solitudine, sono scandite dai suoi monologhi interiori ai quali si aggiunge il controcanto degli aforismi e delle regole del Saggio, personaggio costruito per sottrazione, presenza fluttuante e incorporea: Il Saggio diceva che non voleva nient’altro dal mondo. Essere ignorato, come l’inesistente. L’unica sua identità è quella di Saggio. Ha un bel suono, diceva, quella parola. Il Saggio acquista il ruolo di voce raziocinante, forse l’ultimo brandello di coscienza che rimane alla protagonista. Tu temi la sconfitta della convenzionalità. L’oppressione del quotidiano, l’angoscia delle responsabilità, la percezione del mondo come una dimensione alienante e alienata dal sé, solitudine e incomunicabilità, questi i temi portanti di questa favola nichilista che si scioglie con un quasi happy end, anticonvenzionale come tutto il resto. Si limitarono a dire che ero un soggetto particolare, il che mi riempì di gioia, credo sia il complimento più bello che qualcuno mi abbia mai fatto in tutta la vita. Su questo verdetto dei medici cala in qualche modo il sipario su questa storia di una donna che patisce l’indifferenza e l’omologazione della società contemporanea e conquista con grande difficoltà la propria unicità, inventando per l’occasione una stravagante nuova professione: quella del ricercatore di meraviglie, unico momento di condivisione, di intenso lirismo, nell’economia del romanzo. Per lo scrivente rimane invece la curiosità e l’interesse di attendere questa giovane autrice di Faenza, borgo incastonato tra le soleggiate colline romagnole, alla sua prossima prova.

postato da cigale | 14:52 | commenti (8)


mercoledì, febbraio 20, 2008
 

18 febbraio 2008, alle ore 9.10

è nato GIACOMO

3,440 Kg

esultano mamma Sabrina, papà Alberto e Matteo

Sabrina e Matteo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Sabrina e Matteo

Giacomo
Giacomo

(Elogio dell’infanzia, di Peter Handke)
- Song of childhood -

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

postato da cigale | 11:31 | commenti (17)


giovedì, gennaio 17, 2008
 
Nordest hotel - Davide Tessari

TIPI MONOLITICI: Nordest hotel

 

di alberto carollo

 

 

Un buon libro non ha mai data di scadenza, e anche se Nordest hotel (Robin Bdv, 2004, pagg. 348, € 15,00) non è proprio fresco di stampa, vale comunque la pena parlarne.

Io ne ho avuto notizia col passaparola – altro che TV, stampa e internet: mai sottovalutare il potere taumaturgico del passaparola! E così ho acquistato il romanzo, che per qualche tempo ha languito sul mio comodino (destino riservato a molte altre pubblicazioni che riuscirò forse a leggere integralmente nel corso delle mie prossime vite). Poi, superata la boa della prima trentina di pagine, sono stato risucchiato - preda di una insopprimibile curiosità e di un piacere divertito nella lettura - in questo congegno narrativo che si fa apprezzare per la sua schietta semplicità, per una scrittura diretta e affilata come un rasoio, per l’ingente dispiego di un’ironia annegata nel fiele.

 

Marco Berengo è un operaio del petrolchimico di Marghera, un loser nato, profugo da una ballata di Springsteen, uno di quelli che credi di avergli estirpato ogni sogno con la tua riduzione del mondo a un indice di produzione ma lui riesce sempre, inaspettatamente e con chissà quali risorse, a far sbocciare una piantina rachitica di idealismo da una crepa nell’asfalto. Marco amava Juliette, ma forse nessuno dei due era convinto che il loro rapporto potesse funzionare. Sicuramente non Marco, privo di un minimo di autoindulgenza nei confronti dei propri errori, spietato e analitico nello smontare sistematicamente le proprie certezze e il proprio sistema di pensiero. Non so fino a che punto fossi consapevole di quello che stavo dicendo. Ero il solito millantatore di me stesso. E certo Juliette non doveva essere da meno, visto che ha lasciato Marco per un loro comune amico, Alberto, uno yuppie perfettamente integrato nel sistema, un agente immobiliare rampante, uno che ha successo nel lavoro e con le donne e che può loro fornire una maggiore sicurezza. Che non vuol dire stabilità, però. Infatti il matrimonio dei due non andrà proprio a gonfie vele. La goccia che fa traboccare il vaso è la tragica, improvvisa morte del piccolo Luca, il figlio della coppia. Poi Juliette svanirà nel nulla. Alberto tornerà dall’amico di un tempo e gli chiederà di ritrovargli la moglie, in nome della vecchia amicizia (?). Perché Alberto non può abbandonare i propri affari, è come un topo in trappola – e qui il lettore comprende subito che c’è qualcosa che non va. Manco a dirlo, il nostro novello Don Chisciotte si metterà in marcia, solitario, alla ricerca della sua donna di un tempo. Dalle ceneri mai spente riaffioreranno vecchie speranze ormai sopite… E qui la storia si ammanta di giallo, sfumato tra le nebbie padane e il gelo di una città norvegese.

 

A dispetto della storia sin qui delineata, Nordest hotel ha poco del romanzo di genere. I toni e i registri utilizzati da Tessari sono quanto mai vari: si passa da descrizioni minuziose, quasi da entomologo, della geografia inquietante del Veneto, a cavallo di tre province, e della sua fauna eterogenea, a inserti di più pagine fitte di dialoghi serrati che non sfigurerebbero in una pièce per il palcoscenico o per il radiodramma, a vere e proprie incursioni nel racconto erotico (se non proprio hard), passando per il thriller e il comico, delineando comunque con partecipazione anche quelle che sono, alla resa dei conti, delle storie conflittuali d’amore e d’amicizia. Numerose le strizzatine d’occhio al lettore da parte del personaggio principale, di cui Tessari adotta – per lo più – il punto di vista. Parliamo un po’ di me, vi va? Tanto è lo stesso, lo faccio comunque, vi piaccia o meno. Laurence Sterne, fosse ancora tra noi, sarebbe contento di Davide Tessari perché il nostro è un vero e proprio specialista delle digressioni. Così capita che l’azione venga interrotta per seguire delle vicende collaterali che sono dei veri e propri spunti esilaranti, e del tutto godibili , di scrittura e invenzione, come nell’episodio in cui Marco, in cerca di indizi che lo conducano a Juliette, fa visita al cugino Paolo: è l’ouverture di una lunga scena farcita di aneddoti al peperoncino jalapeno e varie facezie di natura sessuale. La tendenza a ricamare qualche filo di troppo, a eccedere nel florilegio narrativo, a gigioneggiare col lettore, esprime la sincera bontà e talento di un narratore smaliziato nell’arte di panificare il racconto, e l’insieme di certi quadri, sviluppati fino al limite estremo del paradossale o del luogo comune elevato a mitologia del quotidiano, conducono a un climax che in certi momenti fa pensare a un gran fumettone (nell’accezione più nobile e autoriale del termine), il tutto servito con una colonna sonora di prim’ordine – tanti i riferimenti alla musica degli anni ottanta –, rigorosamente rock.

 

La tenuta di Nordest hotel si misura comunque sui personaggi modellati a tutto tondo, che si staccano dalla pagina per camminarci accanto. Così una ragazza come Juliette, non propriamente bella ma di un certo fascino, è una che ti sta antipatica in maniera epidermica – avrà pure i suoi lati virtuosi ma questo suo essere ondivaga… e poi, cristo, avevi la felicità a portata di mano, perché non capirlo, perché abbandonare quello sfigato che ti idolatrava? Alberto è un personaggio un po’ a senso unico: il cliché dell’arrampicatore sociale, la cui evoluzione passa attraverso varie gradazioni di grigio, fino al nero. Ma il personaggio più sconcertante è Marco, l’uomo della porta accanto, il nostro eroe di quartiere. Marco è un personaggio atipico, monolitico quanto un eroe epico nel non subire alterazioni al di là delle diverse caratteristiche che presenta (a volte anche antitetiche): è un duro e un puro, si piega ma non si spezza; è disposto a calpestare la propria dignità pur di onorare l’ombra di un’antica e importante amicizia; insegue la vecchia idea di un amore che si è già trasformato, che non sarà più lo stesso; è un perdente, un cinico disfattista, disilluso e disincantato; eppure scrive, è a suo modo un intellettuale, con uno sguardo aguzzo, consapevole, capace di dipingere in maniera mirabile le contraddizioni del paesaggio nel quale si muove; è protestatario, è incazzato, ma è pure depresso e sfiduciato; ha sempre le parole di una canzone giuste per ogni occasione, eppure è un paria, un disadattato, il residuato di un’adolescenza di belle speranze, risvegliatosi improvvisamente in un mondo di adulti in cui le relazioni umane vengono considerate alla stessa stregua di merce di scambio. E in ciascuna di queste condizioni finisce per ricadere in piedi, per agire in modo adeguato alla necessità, anche quando tutti i legami più importanti si sfaldano e svelano il loro vero volto di menzogne e iniquità. E rimarrà tale anche alla fine del romanzo, uguale a se stesso, con l’embrione di un’idea, il desiderio di ricominciare daccapo, con una nuova vita. Non solo per sopravvivere, ma quasi quasi per vincere. E noi lettori, questo, lo notiamo appena, tanto Tessari riesce a maneggiare con abilità il suo monolitico. Scusate se è poco.


Davide Tessari è nato a Marghera (VE), nel 1969. Vive a Mira. Ha vinto con i suoi racconti vari premi letterari, tra i quali il premio Alice e il premio Storie Rock. Ha scritto, oltre a Nordest hotel (Robin Bdv, 2004), Il margine sugli ossibuchi (Robin Bdv, 2005).

postato da cigale | 13:34 | commenti (5)


mercoledì, dicembre 05, 2007
 

VOCAZIONE ALL’ASSOLUTO

di alberto carollo

 

 

I Canti celticiE’ con grande piacere che mi accingo a parlare di Canti celtici di Renzo Montagnoli (Edizioni Il Foglio, pagg. 90, Euro 10,00), in quanto ho avuto modo di seguire passo passo sul suo blog www.armoniadelleparole.splinder.com la genesi del libro, e il privilegio di leggerlo appena uscito, per comporre un’intervista con lui pubblicata sul neonato sito dell’associazione [CaRtaCaNta©], che potete leggere qui.

Montagnoli è personaggio poliedrico: dominus del sito www.arteinsieme.net, è riuscito a coagulare attorno a sé poeti e scrittori interessanti che bazzicano il sottobosco della piccola e media editoria, contribuendo in maniera cospicua alla diffusione dei loro lavori, svolgendo un servizio appassionato, dettagliato e competente di trasmissione di informazioni, recensioni, estratti, interviste con autori, editori e editor che potrebbe esser preso seriamente a campione - dagli studiosi delle strategie di comunicazione - della trasversalità del web e delle sue infinite risorse in ambito di diffusione letteraria e culturale. Ma Renzo Montagnoli non finisce qui: è scrittore di racconti, apprezzabile fotografo e poeta della natura e della memoria, dalla voce difficile da eludere.

 

I 22 Canti che compongono la silloge esprimono un concept omogeneo, quasi programmatico nel porre l’accento sui valori fondamentali che contraddistinguono una civiltà che possa ancora dirsi tale. Non a caso l’interesse di Montagnoli per il mondo dei Celti si rivolge a precise loro caratteristiche, come i valori della comunità, della famiglia, a un contatto animistico con la natura – i celebri boschi celtici. Caratteristiche che il mondo odierno sembra aver perduto, nel dilagante consumismo, nella ricerca esclusiva del profitto, nella costruzione di paradisi artificiali, nello snaturamento dei valori più veri e di quelle conquiste della mente e dello spirito in grado di far progredire realmente la collettività. La soluzione, auspicata da Montagnoli in questa raccolta, è quella del ritiro nel sogno di un tempo arcaico, dal quale trarre nuova linfa vitale.

 

Il linguaggio dei Canti celtici è elegante e sorvegliato, ma senza artifici. La scrittura è piana e diretta, va al nocciolo della materia da esprimere, sollecitando le giuste corde. Sanguigna e vigorosa come solo quella di un bardo, cantore di una civiltà nobile e guerriera, sa esserlo. E il verso libero, modulato sulle assonanze ( “scorrere silente” e “rive verdeggianti”, ad esempio, ne  Il lungo fiume,  dove i due versi che si richiamano per assonanza, separati da un verso intermedio – il fiume? Infatti c’è pure la parola acqua – sono due novenari), su una quantità sillabica variabile, con qualche rima e riprese di parole o sintagmi, rende il tutto molto musicale. In alcuni componimenti il tono è dolente e malinconico; il poeta è attento a cogliere il palpito della natura o i fenomeni che intende indagare, con delicatezza e attenzione alle sfumature, quasi per non disturbare quella “musica lieve” che “viaggia nel tempo” (Musica e polvere). In altri canti la voce cresce d’intensità, aumenta il ritmo e la concitazione; in altri è impeto, epica della battaglia, in altri ancora un ammonimento morale.

 

Riguardo ai temi, al termine di una lettura piacevole – come se avessi ascoltato una playlist di quella musica celtica che molto apprezzo e della quale Montagnoli è appassionato -, ora con quelle aperture ariose, trasognate, o nel ritmo serrato di una giga, tutta violini e thin wistle – qualcosa non mi tornava, non andava ad allinearsi con l’immagine che mi ero fatto di Renzo Montagnoli dalle cose che scrive e dai progetti che cura. E, metto subito le mani avanti: il problema era un certo mio smarrimento, l’incapacità di penetrazione del messaggio sotteso a questi Canti celtici.

Mi sono chiesto: come può il Montagnoli concreto dei suoi racconti, il narratore attento a compendiare nell’espressione creativa la propria esperienza di vita; di più, il Montagnoli che si è appropriato (pur appartenendo alla generazione della macchina da scrivere) così bene delle nuove tecnologie, in linea con l’evoluzione frenetica del mondo, caldeggiare una “fuga” nell’irrazionale, un sottrarsi alla volgarità e allo squallore del nostro tempo per rifugiarsi in un sogno e rievocare i fasti di un’antica civiltà?

 

Non avevo impostato correttamente la questione: Montagnoli è incline a perseguire il suo obiettivo sperimentando, con modi imprevisti, “con quell’unica meta/che sfugge a ogni logica” (Cocci). E a una più attenta analisi quel mondo celtico non è un mondo-altro, bensì è un altro dei topoi dell’immaginazione, un luogo nel quale la voce del bardo – che rivela il suo spirito e parla per esso attraverso i Canti – invita il lettore a riappropriarsi del suo passato, per scongiurare in qualche modo quei “posteri già nati senza memoria” (Musica e polvere) o “l’immagine di un’umanità senza sogni, senza memoria e senza futuro” (Il lungo fiume), per non passare senza “lasciar traccia” (Il futuro nel passato), ultimo approdo che l’artista si prefigge. E l’imperativo etico è quello di un recupero dei valori più fondanti: la bellezza e l’amore, la comunità, un riguadagnato equilibrio con la natura e l’ambiente in cui viviamo. Questo il messaggio concreto e attuale dei Canti celtici.

 

Ma c’è anche un ulteriore livello di lettura, più intimo, che riguarda l’esistenzialità dell’uomo Montagnoli, il rapporto interlocutorio che la sua poesia intrattiene con le forze che regolano l’universo. Da questa prospettiva, a ben guardarli, questi Canti celtici sono una vocazione all’assoluto. Alcuni dei canti rivelano questa attitudine fin dal titolo: Eternità, Il testamento, Il futuro nel passato, ma sarebbe interessante ripercorrere l’intero poema avanti e indietro, o zigzagando, cercando prove che convalidino questa ipotesi: “in quella immobilità del tempo” (Guerrieri sull’acqua); “lo scandire di Crono in un’unica infinita storia dell’umanità”(I segni del tempo); “la compagnia per l’eternità” (In memoria di un bimbo); “(…) per il breve tragitto/che ci condurrà alla casa del tempo infinito” (In mezzo scorre il fiume); “e vogliono correre verso il nulla” (Il mormorio del vento); “in un eterno istante” e “Pascoli del cielo infiniti” (I pascoli del cielo); “riscopre la continuità/infinita,/tra passato e futuro.” – dove l’aggettivo infinita costituisce da solo un verso – (Cocci); “uno sconosciuto riemerso dall’eternità” (Il testamento).

Sia che il paesaggio sia ravvivato dalla luce o avvolto da umide nebbie, l’immersione dello spirito è totale. E’ un nuovo paganesimo che mette in comunione con le cose, come se fosse l’esito di un rito antico, o l’estremo tentativo di comprendere le leggi che regolano il creato, quel “(…) mondo che è profondo in noi,/e che scompare nel volger di un attimo” (Guerrieri sull’acqua), enigma insondabile e meraviglioso, sospensione del moto, tregua agli affanni, un istante prima che la realtà ritorni e il sogno si nasconda “fino alla prossima alba” (Canto celtico).

Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Ha vinto con la poesia Senza tempo il premio Alois Braga edizione 2006 e con il racconto I silenzi sospesi il Concorso Les Nouvelles edizione 2006. Sue poesie e racconti sono pubblicati sulle riviste Isola Nera, Prospektiva e Writers Magazine Italia, oltre a essere presenti in antologie collettive e in e-book. È il dominus del sito culturale Arteinsieme (http://www.arteinsieme.net/). Blog: http://armoniadelleparole.splinder.com/

 

 

postato da cigale | 13:49 | commenti (28)


martedì, novembre 13, 2007
 

SATIRO METROPOLITANO IN SALSA VENETA

di Alberto Carollo

 

 

 

 

50 di bocca il vizio della notte50 di bocca il vizio della notte (Giraldi editore, 2007, pagg. 127, Euro 12,50) è l’ultima fatica narrativa dello scrittore vicentino Ausilio Bertoli. Sociologo di formazione, Bertoli ha al suo attivo vari libri, da Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991), passando per Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), fino ad approdare al più recente – un saggio – i temi della comunicazione (Lupetti & Co., 2004). La sua produzione narrativa ha il comune denominatore tematico di offrirci degli squisiti ritratti di personaggi veneti, cesellati al bulino (Gente tagliata è, guarda caso, il titolo di una felice silloge di racconti, Edizioni del Leone, 1996), profondamente radicati nella loro terra, colti nello smarrimento, nel disagio del passaggio brusco – e non certo indolore – da un retroterra rurale al confronto-scontro con i nuovi stili di vita della società urbana e con quel celebre, dibattuto e controverso miracolo socio-economico che va sotto la denominazione di Nordest.

50 di bocca il vizio della notte è il prodotto collaterale di un vasto progetto di ricerca, attinente alla sociologia della devianza, ma per sbaragliare il campo da equivoci ribadisco che si tratta di narrativa “pura” e non di romanzo-documento nella sua propria accezione del termine. Bertoli disponeva di materiale interessante; la sua formazione di sociologo gli ha conferito la competenza adeguata, professionale, a svolgere interviste e rilievi “sul posto” – mettendo pure a repentaglio la sua incolumità – ma non troverete nulla di tutto questo nel libro. Lo scrittore Bertoli ha optato per la forma romanzo – o racconto lungo in questo caso, senza partizione in capitoli bensì in scene – cercando di mantenere lucido e disincantato lo sguardo dell’esperienza, chiudendo le porte alla sociologia e a tentazioni di giudizio etico e morale su quanto esperito. L’ammirevole intuizione dell’autore, in 50 di bocca il vizio della notte è stata quella di aderire tecnicamente al punto di vista di Basilio Bossio, il protagonista del libro, “lucciolomane” impenitente, fautore dell’adescamento compulsivo, puerile nella sua sdilinquita predilezione per la bellezza delle passeggiatrici dell’Europa dell’Est, quanto perturbante e suo malgrado pericoloso nel perseguire a ogni costo le sue ossessioni.

Le location principali di questo libro sono le strade, in special modo quelle riconoscibili di alcune città come Vicenza e Padova: Basilio le percorre preda delle sue voglie, impacciato, terrorizzato dalla eventualità di essere scoperto, di mettere a repentaglio la sua reputazione di irreprensibile promotore finanziario. Per salvaguardare la sua “doppia vita” mente spudoratamente, risoluto a non farsi coinvolgere dalle prostitute che avvicina e dalle loro vicende personali, neanche con la scaltra Chata, la ragazza praghese dall’italiano un po’ posticcio, che cerca di irretirlo per conquistarsi un posto nel suo cuore:
“(…) Tu sei buono, altruista e per bene, lo ti si legge sulla fronte. Sei speciale, ecco. Ho accettato di salire nella macchina tua, senza esitazioni, e senza parlare di cifre, con questa speranza. (…) tra noi c’è feeling, c’è…” Ma Bossio è comunque rapito, estasiato da queste esponenti del gentil sesso come “ (…) di fronte alle sculture di Donatello o del Sansovino nella basilica del Santo”; il suo è un amore ideale, mitizzato, un palliativo rimedio alla decadenza del corpo e dello spirito. Bossio aveva sempre sognato di amare ragazze splendide, dalle vecchie compagne di scuola alle colleghe di lavoro, alle clienti, immedesimandosi nei loro amanti. Di loro adora la giovinezza e la spregiudicatezza, il senso di avventura che lo scuote come un brivido, anestetizzando il senso latente di essere un fallito, “una scartina”, come la moglie si diverte a canzonarlo. “(…) Magro impiccato, esonerato dal servizio militare per scarsità toracica; il pollice e l’indice della mano sinistra tranciati, da bambino, da una fresa della falegnameria dello zio”. Ed è proprio da questa moglie ricca e autoritaria, sposata per interesse, che Basilio cerca di fuggire, quando può, rifugiandosi nel vizio. Bossio è per certi versi atipico nella misura in cui non vede le “lucciole” come prede da rapinare o stuprare – scaricando su di loro frustrazioni e nevrosi – bensì come depositarie di un amore da procacciarsi col denaro; ma è anche e soprattutto un personaggio tipicamente veneto nell’incarnare un certo perbenismo, un candore disarmante che ce lo rende simpatico; caratteristiche, queste, che alla prima occasione, con altrettanta nonchalance, lo indurranno a macchiarsi di nefandezze, ordendo una burla grottesca ai danni di un altro lucciolomane.


Ci riesce difficile non pensare per analogia a un corrispettivo cinematografico nel film di Pietro Germi Signore e signori, con quel Veneto di ieri sullo sfondo, i tradimenti, la libertà di non sottostare al giogo delle direttive dei parroci. Ma più che un fondo di religiosità cristiana, di cui il Veneto è ancora permeato e che costituisce l’alveo, o uno degli alvei sui quali giace l’humus veneto, è qui più illuminante rifarsi alle considerazioni di Eugenio Turri* in un suo articolo, L’anima del paesaggio veneto, a quel contatto primigenio del veneto con la propria terra, a quella forma di paganesimo come religiosità legata alla terra nativa, al culto delle divinità locali. Scrive Turri:
“Culti pagani (il culto della buona cantina, della selvaggina catturata nei roccoli, delle verdure e della frutta dei broli, più tanti altri vizi) soprattutto quelli dei signori, che hanno lasciato retaggi nell’intero Veneto: se si concedevano tutti i lussi loro perché mai il povero contadino non poteva fare altrettanto?”

Del resto la pittura veneta è piena di queste feste mondane, di scene mitologiche presso boschi e fonti, dove si celano le ninfe. E Basilio Bossio è un satiro aggiornato al miracolo economico, al malinteso che il denaro possa comprare tutto: il benessere personale come la dignità sociale, perdendo cammin facendo il piacere del gioco e quell’immunità inconsapevole di potersi collocare al di là del bene e del male.

 

*Geografo del Politecnico di Milano. L’articolo citato è ospitato in Il grigio oltre le siepi, geografie smarrite e racconti del disagio in veneto a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (dossier nuova dimensione, 2005)

 

Giuseppe Ausilio Bertoli è nato a Grumolo delle Abbadesse (Vicenza). Ha scritto vari libri: Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991) Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Gente tagliata (Ed. del Leone, 1996), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), Giostra mentale (Manni, 2001), il romanzo e-book Amore di banca e il saggio I temi della comunicazione (Lupetti, 2004).
Oltre che narratore è anche sociologo della comunicazione e pubblicista. E’ stato finalista ai Premi letterari Piero Chiara, Batocchi Città di Piombino, Bergamo e  Insula Romana.

 

Giuseppe Ausilio Bertoli sarà presente il prossimo 23 novembre a villa Lattes (Vicenza) per presentare il suo libro. Maggiori informazioni qui.
Un'intervista con l'autore la potete leggere qui.

Per acquistare il libro online: www.ibs.it, www.365bookmark.it e www.libreriauniversitaria.it 

 

postato da cigale | 22:37 | commenti (7)


mercoledì, ottobre 31, 2007
 

Giacomo, ecografia morfologica del 9/X/2007 - 20a settimana di gravidanza

Benvenuto, Momo!

di alberto carollo


 

“Bene… sono lieto di presentarvi… Giacomo. Venti settimane di vita intrauterina e non sentirle! Lo trovo veramente in forma. Notate quel nasino all’insù, proprio come il fratello. Fotogenico anche quando si tratta di mettersi in posa di fronte a una sonda a ultrasuoni. Quella che osservate è una foto scattata durante un esame diagnostico del 9 ottobre scorso, e nella fattispecie durante una ecografia morfologica.
So cosa state pensando: Perché non ne hai scritto prima?

Perché… perché… Perché per qualche tempo io e Sabrina abbiamo fatto gli scongiuri e tenuto un basso profilo.
Non è solo per la nostra formazione scientifica, ben consapevole dei rischi di una gravidanza agli esordi, ma – per coloro che frequentano questo blog da qualche tempo e hanno buona memoria – soprattutto per via di quanto era accaduto qui.
Ora, oltrepassato il valico della translucenza nucale e, a seguire, il passo di questa ecografia ci rilassiamo, desideriamo condividere col mondo la nostra gioia e coccolarci mentalmente il nostro cucciolo.

 

Non dimenticherò molto facilmente questa ecografia.

Quaranta minuti per i rilievi di rito, misurazione della circonferenza cranica, addominale e del femore, visione del cuore e ventricoli, dei reni, dell’arco aortico e dei campi polmonari. Poi l’apparato genitale, inequivocabile, dal quale abbiamo appreso la lieta novella del sesso del nascituro.

E non finisce qui. Alcune recenti linee guida invitano gli ecografisti a effettuare il conteggio delle dita del feto, per escludere anomalie. Per le dita dei piedi non ci sono state particolari difficoltà; per quelle delle mani, invece, la procedura si è rivelata estenuante. A quest’età gestazionale il feto tende a tenere i pugnetti chiusi. Giacomo, in più, ha avuto la bella idea di presentarsi con le mani incrociate, neanche stesse tenendo una conferenza stampa o facesse gli scongiuri pensando a quali genitori avrà in sorte (rispetto a questa seconda possibilità non posso che comprenderlo).


Più di un’ora c’è voluto per coglierlo in un momento di debolezza, intento a fare un po’ di stretching, il piccolo fedifrago!

Sabrina non ne poteva più di stare sdraiata sul lettino dell’ecografo, postazione non certo comoda, alla lunga. Io avvertivo un vago senso di vertigine a furia di roteare gli occhi per seguire le evoluzioni della sonda che più di un centinaio di volte ha risalito con lo ski-lift del gel conduttore il pendio tondeggiante fino all’ombelico, per poi lanciarsi spavaldamente a zig-zag lungo la pista dell’addome della mia compagna. Ogni tanto, sotto la volta ctonia, nell’abisso avvolto dalla semioscurità, faceva capolino il faccino di quella lucertolina anfibia che a fine febbraio 2008 invaderà il nostro pianeta assumendo le fattezze del mio secondo figlio, come in una goffa parodia di Visitors – ve lo ricordate lo sceneggiato TV?

 

Perché Giacomo, dite? Farvi gli affari vostri mai, eh? Giacomo è un nome che ci ha convinti entrambi, me e Sabrina, fin da subito. Giacomo è nome di origine ebraica e significa “Seguace di Dio”; il colore è il rosso, la pietra il rubino, il metallo il rame; 6 è il suo numero portafortuna. L’onomastico si festeggia il 25 luglio:

Il nome è distribuito in tutta la penisola, e si presenta anche nelle varianti lacopo e lacopo, proprie della Toscana, spesso abbreviate nelle forme medioevali Lapo e Puccio. La variante Giacobbe (festeggiata il 15 di luglio), anch'essa presente in tutta Italia, ricorda il figlio di Isacco e Rebecca, patriarca di Israele e fratello di Esaù, che sottrasse al fratello il diritto di primogenitura vendendolo per un piatto di lenticchie. Il nome si è diffuso particolarmente per il culto di s. Giacomo apostolo, fratello di s. Giovanni Evangelista, detto 'il Maggiore', martire decapitato nel 44 d. C. sotto Erode Agrippa, patrono della Spagna (il suo corpo riposa al celebre santuario di Compostela, in Spagna), dei pellegrini e dei viaggiatori, e di s. Giacomo detto 'il Minore', apostolo e martire a Gerusalemme, patrono dei barcaioli e dei pasticceri, festeggiato il 1°maggio. Giacomo fu il nome di due re d'Inghilterra, di sette re di Scozia e di due re di Aragona. Numerosi i personaggi che la storia ricorda: il filosofo svizzero illuminista del Settecento Jean Jacques Rousseau; il pittore veneziano del Cinquecento lacopo Robusti detto 'il Tintoretto'; lo scultore toscano lacopo della Quercia (1371-1438) e lo scultore del nostro secolo Giacomo Manzù; i poeti lacopone da Todi (1236-1306), Leopardi (1798- 1837), il francese del Novecento Jacques Prèvert; l'avventuriero veneziano dei Settecento Casanova; lo scrittore irlandese Joyce; il compositore Puccini (1858-1924). Nel suo destino c'è la battaglia, fisica o con la parola, per gli ideali o solo per difendere se stesso o i suoi cari. Giacomo è incapace di accettare ciò che si definisce ‘consuetudini’, ‘tradizioni’, ‘sistemi filosofici predeterminati’. Così la sua vita è tutta una lotta, che affronta con un'energia che sembra inesauribile.

Al sottoscritto rievoca con piacere la figura di uno dei suoi scrittori-guru: James Joyce e in particolar modo un suo taccuino di prose poetiche, pubblicato col titolo di Giacomo Joyce, scritto quando viveva a Trieste.
Se interrogato in proposito mio figlio Matteo, 21 mesi, alla domanda: “Chi c’è nella pancia della mamma?” risponde invariabilmente: “Momo”.
E Giacomo sia.

postato da cigale | 23:01 | commenti (24)


domenica, ottobre 07, 2007
 

THE POLICE LIVE: THREE ENGLISHMEN IN TURIN.
di alberto carollo




The Police 2007 
2 ottobre. Nello stadio gremito riecheggiano le note di Get Up Stand Up, a sottolineare il legame antico con la musica di Bob Marley, l’amalgama del loro reggae & roll – come lo definivano al tempo i critici, prima di parole come patchanka – e in 65 mila rispondiamo all’appello: Don’t Give Up The Fight! Quindi il fraseggio cristallino, tutto echi, della chitarra di Andy Summers, una versione tiratissima di Message in a bottle e via: è un boato generale. I Police sembrano usciti da un varco temporale, fugando i dubbi di questi mesi – vuoi vedere che Sting contaminerà il sound della band con le variazioni jazzy che tanto gli piacciono? Ma Torino vuole il rock recita uno striscione penzolante dagli spalti, e rock avrà. I Poliziotti sono in forma; oggi è pure il 56° compleanno di Sting e allora facciamo festa, sentiamo come ve la siete passata in questi 25 anni. E’ come ritrovare piacevolmente dei vecchi amici che si erano perduti di vista. Mi guardo attorno: molte capigliature sale e pepe; teste calve e occhiali da presbite, eccolo il popolo dei trenta-quarantenni nostalgici! Ma c’è anche qualche ragazzino, che ha tutto da imparare. Avranno pure Green Day, Muse e White Stripes ma finezze come Walking on the Moon o le implacabili progressioni armoniche di Every Breath You Take se le possono scordare! Quelle hanno un sapore squisitamente attuale al quale solo i classici possono ambire. A seguire Synchronicity II, tutto un dispiego di tamburi e chitarre distorte, e l’accentuazione sulla contemporaneità del repertorio sembra farsi più stringente. Adoravo questa canzone. Trovavo intrigante che nei primi anni ’80 – da molti considerati vacui e disimpegnati – Sting scrivesse un pezzo nientemeno che sulla teoria della Sincronicità di Carl Gustav Jung, lo psicologo elvetico allievo di Freud. Ma lui era fatto così: bello con un cervello, e la vincente formula Police era allora quella di invogliare a ballare un sound serrato e accattivante – erede del post-punk, sospeso tra rock e pop - ma pure intellettuale, politicamente schierato, nobilitato dalla commistione con generi più o meno elevati. E l’impulso al ballo è immediato, così come quello a cantare i vari riff, specie dopo aver bevuto qualche birra di troppo. Sono qui perché non avevo avuto modo di vederli dal vivo, in quegli anni, e perciò voglio godermeli ora. Il timore di rimanere deluso era forte, ma mi hanno fatto un bel regalo. Niente metamorfosi da mito a peto, come molti altri dinosauri del rock. Un grande professionismo, un grande mestiere e un pizzico di qualcosa di più a saper leggere tra le righe. Sono con l’amico brainstorm, con Paola e Chiara – non le cantantucole, che manco le avremmo invitate – e coinvolgiamo gli altri ad unirsi al coro di braccia alzate: De Do Do Do, De Da Da Da. Un tizio di Bari, un fan della prima ora mi grida in un orecchio che calzano i brani alla perfezione, che non aggiungono niente di più, che non cambiano i testi o non prolungano le strofe… sembra quasi deluso. Troppo perfetti. Eppure la differenza, a ben guardare, non sta nella forma bensì nella sostanza. Ho passato ore sui solchi di quelle canzoni, e ora il basso di Sting è più consapevole, ha la forza e l’esperienza dalla sua: il suono e rotondo, le armonie sono architetture solide, un elegante tappeto per la batteria di Stewart Copeland, vero istrione del trio, quello che ha viaggiato per l’Africa alla ricerca della radice del ritmo, colui che è stato il coordinatore dello scatenato Ensemble della Taranta, ottimi musicisti che al delle Alpi hanno fatto da supporter e che noi italiani – provinciali quando si parla di genius loci, ma si sa, Nessuno è profeta in patria - non abbiamo mai valorizzato abbastanza. La performance di Copeland in Wrapped Around Your Fingers, immerso in un’estasi ascetica tra gong e percussioni varie, varrebbe da sola il prezzo del biglietto, se non ci fosse altro. Per esempio, l’atmosfera cupa di Invisibile Sun, al tempo censurata in Inghilterra dall’establishment tatcheriano, o il ritmo indiavolato di Next To You, di When the World is Running Down You Make The Best of What’s Still Around: un vero treno ad alta velocità. E cosa dire di Roxanne? Beh, Roxanne è sempre Roxanne e io la metterei accanto, che so, a Eleanor Rigby dei Beatles. Andy Summers è quello più attempato, sia cronologicamente – ha l’età di Mick Jagger – che (perdonami!) musicalmente. I suoi schemi sono ancorati ai seventies. Ma la genuinità con la quale si lancia in a solo fiume, quando gli altri due gli passano la palla, scardinando l’intelaiatura simmetrica dei brani, me lo rende ancor più simpatico. E’ un ingrediente necessario: non ha il talento dei suoi compagni, questo è innegabile, ma quella sua teoria di effetti speciali, flanger, delay, chorus e compagnia bella, il suo uso sapiente dei rivolti, degli accordi di nona ha creato schiere di proseliti, rendendolo riconoscibile al primo ascolto. Il bis è dovuto, da copione, e mancavano all’appello So Lonely e King of Pain. Due ore secche e la festa è finita, la reunion è stata all’altezza delle aspettative e… l’ennesimo aereo sorvola lo stadio. Miraggio di un altrove, di lidi lontani, una sensazione di piacere, un vago sentimento di libertà che è già un’utopia solo a volerlo verbalizzare e inchiodare in un pensiero. Così è stato questo revival in compagnia dei Police: una grande operazione commerciale e un appuntamento irrinunciabile con la loro musica, la cui caratteristica è quella di non essere musica di oggi. Oggi. La realtà dove ci attende una manciata d’ore di vagabondaggio notturno, per Corso Vittorio Emanuele II, prima di saltare sul primo treno utile a riportarci a casa. Sono mezzo ubriaco, ho la vescica piena e la voce arrochita e avrei voluto trattenere ancora per un po’ nelle orecchie qualche pezzo. Buon compleanno Sting, e grazie di tutto. Cento di questi giorni. A Torino, però, ci ritorno solo per il Salone del Libro, che dici? Vicenza, mi spiace, è decisamente fuori mano.

Police live


The Police live_2




  

postato da cigale | 14:01 | commenti (19)


martedì, settembre 04, 2007
 

Cosa cambia: falsi movimenti tra reportage e journal intime.

di alberto carollo

 

 

Cosa Cambia (Marsilio)Giusto qualche sera fa ho terminato la lettura di Cosa cambia (Marsilio, pagg. 188, Euro 16,00), ultima fatica letteraria del veneziano Roberto Ferrucci, classe 1960. Ho conosciuto Ferrucci come docente di scrittura creativa all’università di Padova; avevo già avuto modo di leggere alcuni suoi precedenti lavori, come gli arguti reportage di Andate e ritorni, scorribande a Nordest (Amos edizioni, 2003) e altri interventi in quotidiani, riviste e internet. Prendendo a prestito le parole del risvolto di copertina del libro e applicandole – anziché al romanzo – al suo autore, potremmo dire che Ferrucci è tante cose: scrittore, giornalista, insegnante, cultore dell’immagine a tutto campo, catturata a mezzo foto e video, dispiegando quanto la moderna tecnologia e il web consentono, con l’intento di rappresentare e documentare insieme. Aspetti, questi, che hanno avuto un peso specifico non indifferente nella costruzione e gestazione di Cosa cambia che ritengo, a tutt’oggi (senza tema di smentite), essere il suo progetto più ambizioso e articolato.

 

Ferrucci era a Genova, nelle giornate che hanno ospitato il G8, nel luglio del 2001, nella doppia veste di manifestante e cronista, assillato dalla costante preoccupazione di inviare in tempo utile i suoi pezzi alle varie testate venete per le quali lavorava come free lance. Gli articoli, le foto, i video e i taccuini di appunti, nonché gli eventi vissuti sulla propria pelle costituirono allora un corpus di materiali al quale dare un’opportuna collocazione, da non esaurirsi in emozioni bruciate in pochi istanti, in parole allineate alla spicciolata, quasi “incapaci di raccontare”, nello sfilacciato della quotidianità, nel viavai frenetico di quelle ore terribili dove con inaspettata e brutale violenza veniva fatta piazza pulita di ogni garanzia personale. C’era l’imperativo interiore di metabolizzare ciò che Genova aveva espresso, cosa Genova aveva rappresentato. E premeva il bisogno di adottare dei filtri, di trovare “la giusta distanza” nei confronti della Storia, di collegare il fatto privato a quello pubblico, perché ogni evento pubblico di questa portata ha una ripercussione in ogni vicenda personale.

 

E allora Cosa cambia implica forse un sottinteso punto di domanda nella formulazione del titolo? No. Cosa cambia è un’affermazione; Cosa cambia testimonia cosa è cambiato dal G8 del 2001 a oggi. La memoria di Ferrucci è precisa e affilata, supportata da una tecnologia che non imbroglia come la penna o la rievocazione nostalgica del tempo perduto. Ci sono le nuvole di fumo dei gas urticanti, le manganellate, il sangue rappreso sulle pareti della scuola Diaz, le urla e gli spari, le vetrine frantumate e le auto incendiate, il panico serpeggiante nelle fila del corteo, il caldo soffocante, piazza Alimonda e lo strazio del cadavere di Carlo Giuliani. Sotto i nostri occhi di lettori sfilano sequenze di foto, .jpg numerate e così dettagliate da darci la sensazione di stare sfogliando davvero un album digitale, assieme al protagonista del romanzo. Che non è Ferrucci, anche se gli assomiglia molto. La piccola storia nella grande Storia vede infatti un cronista quarantenne che torna a Genova anni dopo il G8, alloggia in una anonima stanza d’albergo e rievoca quelle giornate febbrili. Nei suoi pensieri, alle vicende pubbliche che ben conosciamo, si mischiano le figure di tre donne: Angela, un amore “esaurito” da poco che permea il racconto di sottile malinconia, di sofferenza per un distacco di cui non ci è dato sapere gli antefatti; Magdalena, la ragazza segnata indelebilmente, nel corpo e nell’anima, dai soprusi di quei giorni; Elisa, un amore che nasce, inaspettato e sensuale, nella disperazione che regnava nelle fila del corteo dei no global.

Cosa cambia è una lettura che spiazza, all’inizio, in quanto scardina i criteri che siamo soliti assegnare al genere. E’ a tutti gli effetti un romanzo, ma convive in equilibrio col reportage d’autore e una attenta, quasi didascalica, ricostruzione storica. Il rumore di fondo della prosa, quel connettivo che tiene insieme e rende credibile il tutto, è però a mio avviso il tono da journal intime, da diario personale di questo io narrante in crisi sentimentale. Le prime pagine, in questo senso, sono una sorta di “cartina di tornasole”: il narratore/cronista tesse il suo bozzolo nella stanza 914. E’ solo, con i suoi taccuini, le foto, il powerbook, il palmare, la carta stradale di Genova. La tecnologia tornerà con insistenza, più volte, cifra di una vera e propria ossessione, come un’appendice al servizio dello sguardo, della penna e dell’anima, con il segreto timore di non “catturare” abbastanza, di non riuscire a decifrare ciò che un’esitazione, un istante di distrazione potrebbero cacciare nell’oblio.

 

Nella prima parte del romanzo abbonda una sintassi spezzettata, colma di virgole, di enunciati racchiusi dai trattini, di subordinate a iosa, che bene esprime questa voce meditabonda, che si scava nella memoria con l’ausilio di tutti gli indizi raccolti. Ma c’è una memoria privata e una della Storia. E come dice un personaggio del libro, la memoria non è neutra (…) è un conflitto costante. Lo smarrimento del protagonista è palpabile; all’inizio Genova è una sorta di cartolina evanescente, colma di attrattive, col sottofondo della voce di de André, paragonata a “una poltrona di velluto rosso scuro d’inverno”. Poi il paesaggio cambia, tutto diviene buio e paura. Anche il ritmo della scrittura si fa più incalzante, assecondando la violenza crescente. Il punto di vista è quello privilegiato del testimone che in quei giorni, col pass della stampa, poteva entrare nella famigerata zona rossa, ma quanti reportage abbiamo già letto, da quante diverse angolazioni abbiamo visitato la Genova del G8, evento della massima sovraesposizione mediatica? Come far risultare interessante una voce che ci parli ancora di Genova 2001? Genova ha avuto il pregio di imprimere – col marchio del sangue – nell’immaginario collettivo di una generazione la potenza di un movimento socio-politico, ma come è cambiata in pochi anni quella voce? E’ forse una voce che si sta affievolendo?

 

Cosa cambia, viene perciò da chiedersi, alla fine della fiera? Tutto e niente. L’instabilità dei quarantenni di Ferrucci è una quasi immobilità, un falso movimento. “E qualcuno deve proprio averlo notato, il gesto di questo qui – me – in piedi in mezzo al corridoio, al momento di dover appendere il cappotto, il mio solito slittamento, quel gesto incerto, le braccia che accennano verso una direzione e poi, movimento impercettibile, vanno nell’altra”. Anche il personaggio di Elisa, compagna dei giorni di Genova, è soggetta alle stesse dinamiche: “No, non guardò nemmeno lì, il piccolo piazzale dove ci baciammo, Elisa. Eppure, passando di là, qualcosa successe. O forse mi piace pensarlo. Una specie di scarto, un movimento impercettibile del viso, una roba del genere. O forse niente. Che ne so.(…)” Il viaggio è tutto interiore, col corredo di occasioni mancate e di fallimenti sentimentali, di dolori che segnano nel tempo. Lo scrittore Ferrucci invoca per sé la disposizione morale – se mai la letteratura ha o abbia avuto bisogno di un’etica – a farsi sguardo, testimone lucido della propria epoca, di indicarci le coordinate di una possibile presa di coscienza. E’ questo a fare la differenza, a mostrare una direzione. Altre figure elaboreranno strategie politiche; l’arte “si accontenta” di cogliere risonanze intime, di non dimenticare, di accostare magari la propria voce a quella di Bono, che in quei giorni del G8, con gli U2, era a Torino per un memorabile concerto – al quale Ferrucci ci accompagna in un episodio tra i più riusciti del romanzo -: “C’è solo una lezione da imparare dalla storia, disse Bono. La violenza non ha mai ragione.” How long must we sing this song? (Per quanto tempo ancora dovremo cantare questa canzone?)

postato da cigale | 16:08 | commenti (14)